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Nazario Pardini e “Pizia non dà più oracoli” di Carmen Moscariello, Gangemi Editore, Roma 2021- Posfazione al libro.

 

 

 

NAZARIO P. LEGGE: “VOCI MISTERIOSE” DI CARMEN MOSCARIELLO Postfazione a “Pizia non dà più oracoli”

 

Voci misteriose

In viaggio verso la verità

 

Carmen Moscariello,
collaboratrice di Lèucade

 

Carmen Moscariello. Artista di lungo corso, con alle spalle pubblicazioni prefate da critici di valenza esegetica. Fondatrice e presidentessa del Premio Letterario Tulliola Renato-Filippelli. Una  poesia nuova, la sua, accalorata, intima, ricca di pulsioni emotive e di rocambolesche invenzioni stilistiche. Una poetessa adusa alla scrittura, polivalente, versatile, che declina  la vita in arte e l’arte in vita. Una successione di vicissitudini passionali che nel loro distendersi reificano stati d’animo di ampia elasticità epigrammatica. Ho letto più volte la sua poesia e più volte mi sono emozionato; qui sembra che la scrittrice si stia rinnovando, stia avviandosi su nuovi percorsi alla ricerca di espressioni più ampie e più appaganti la sua necessità esplorativa. D’altronde durante il percorso del nostro epistemologico nostos, durante il perpetrarsi della nostra storia, tante sono le varianti che si alternano, che si combinano per alimentare stilemi che concretizzino la nostra evoluzione ontologica. Questo è uno stadio della  navigazione della Moscariello. Una navigazione verso un porto di difficile ancoraggio per noi umani insoddisfatti del nostro esistere, e sempre vòlti ala ricerca di qualcosa che appaghi la  nostra inquietudine esistenziale, il nostro disagio di fronte al tutto. E’ così che si naviga, che si azzarda,  che si affrontano rotte diverse per raggiungere quel porto, che forse nemmeno esiste. Questo è lo spirito dell’arte, provare dentro noi la voglia di andare anche di fronte a trabucchi e scogli che potrebbero scassare la nostra imbarcazione. Il viaggio che intraprendiamo è quello di uno spirito disposto al superamento della nostra fragilità, a consumare le energie seguendo una rotta non sempre definitiva. E la rotta di Carmen questa volta è ardua e intrepida. Deve superare scogli appuntiti, nebbie offuscatrici; ma Ella lo fa con una imbarcazione agile e robusta, dove i remi della sua forza scritturale sono pronti a fendere le onde; a rivelare tutta la sua energia nel proseguire. La  forma varia e articolata si adegua a stati d’animo ora impetuosi, ora calmi, ora ironici, ora diretti, ora indiretti  ma sempre chiari e lampanti, attivi e conclusivi; sempre pronti a indagare le parti più segrete del nostro esser-ci. Tante le motivazioni che danno adito a diverse chiavi di lettura: naturalistica, autobiografica, psicologica, sociale, umana, esistenzialistica: il  mistero, il perché, il quando, il dove… E sempre la scrittrice concretizza abbrivi e sentimenti in uno stile forte e robusto; ora apodittico, ora ampio e ipertrofico, soprattutto nei momenti in cui l’abundantia cordis ha necessità di spazi per soddisfare le sue confessioni: la Pizia, la poesia, l’acqua che avvolge e che scorre, il flusso, l’amore, la storia, i meandri della vita, il mistero che li avvolge. Una vicenda poetica au rebours, dove la poetessa cerca con indagine perlustratrice di giungere a capo della sua ricerca meditativa. E tutto è motivo di tormento e di inquietudine in questo diluirsi del tempo in  un’acqua che si fa metafora di un’esistenza precaria e fittizia: “… La Pizia illuminata dallo splendore  e dalla fratellanza delle forme dell’universo non può fare a meno di ascoltare i chiari e oscuri rumori dell’ acqua che allaga e invade, distrugge, rinasce, purifica, infanga.

I versi serpeggiano  i viottoli della morte, si fluidificano in antiche nenie, ponendo la vita  come protagonista dell’universo poetico. La Pizia  presaga,  sull’altare del tempo, inaudita, dà i suoi oracoli e irradia bellezza, preghiera, verità.”. Bellezza, verità, preghiera, fratellanza. Questi i cardini su cui poggia lo spirito poetico di Carmen, che segue  il corso dell’acqua levando la testa per gridare la  valenza dell’esistere. Il tragitto non è sempre facile come non lo è la vita in tutta la sua impostazione; ma l’insieme poetico, attraverso i vicoli della morte,  contempla l’universalità e l’armonia; una armonia in cui la vita stessa è protagonista. Una visione estremamente positiva di questo nostro soggiorno in cui l’uomo si fa artefice e pedina del tutto. Seguiamo il suo cammino: “… Gli inerti giorni sono prigionieri delle ombre/I figli dell’acqua bisbigliano a monte/ poi il boato di fango irrompe, il suo unguento/ cancella la notte”. Ombra, luce, notte, fine, inizio; finché è il chiarore a esplodere con tutta la sua lucentezza in questo divenire di metafisica ascensione. Ma è con il vivere, con i sobbalzi dell’amore, con la forza della crescita che si acchiappa la cima: “… Devo studiare la via dell’immagine/ dell’acqua mi è necessaria dunque/ la poesia per  rendere il suono/ della mia sorgente  del mio paese all’ombra/ dei castagni del canto degli uccelli”. E’ con lo studio delle immagini, con l’ausilio della poesia, con il ricordo delle radici che si ascoltano i suoni che ci fanno vivi. Un lirismo di simbolico effetto visivo, dove sono le sensazioni, i tocchi fugaci, le carezze delle foglie, a rendere la trama significante. Non c’è bisogno di riassumere, di sintetizzare, qui tutto è demandato a impulsi sensoriali, allo sciogliersi dei segreti: Non ha più segreti. “Levigava la nebbia litanie in foglie/ di pensieri non proprio felici/mantello d’alba/ la pioggia in sinfonia/ alle galoche giocava/e musicava dentro le tue carezze// medicamenti ai fuochi del mare/ nelle tue foglie raggiate ci sono//i tuoi silenzi, il tuo amore”. Una corsa verso il mare, l’estensione, la larghezza, la purezza, dove trova respiro l’amore; dove la musicalità, tipo Serenade di Schubert o Notturno di Chopin, accompagna un epifanico volo oltre lo spazio e il tempo: en haut, al di là delle percezioni umane.  Direbbe Verlaine “Le ciel est par-dessus le toit”. E si sa che per toccare le  vette  della meditazione; per avvicinarsi il più possibile all’inarrivabile occorre passare dalle stazioni della vita, da Scene di ombre perdute: “Non seppe districare il cammino/dall’ estuario si intravedeva la neve ammantata/ di  fiaba/ tra i  rami dei castagni pendevano parole di vento/ il silenzio soffiava senza  clemenza”; dal simbolico torrente che score come un fuoco a scatenare incubi da cui solo l’immagine della madre può liberarci: “Il mio torrente è sapiente, calibra/succhia la sua porzione di mondo, di terra e di acqua/e scorre come un fuoco  i suoi prodigi/ mi tengono sveglia l’intera notte/come se mia madre venisse/ con i suoi sogni appesi al  mio canto/ a  consolarmi e dirmi ancora: “non siamo fugaci, né cenere d’addii””, e dove il senso di fugacità dell’esistere e il dubbio del nostro ruolo nel mondo la fanno da padroni in una corsa senza sbocchi sicuri. Finché la quiete prepara il letto giusto su cui poter riposare e saziare le  nostre brame di ricerca; là in braccio ad un fanciullo; in preda al suo morbido calore. Scrissi una volta in un mio poemetto tratto da I DINTORNI DELLA SOLITUDINE: “… Ma quando scorsi i tratti del mio fiume,/la casa stretta delle mie memorie,/ e i prati sanguinosi della sera,/ forse non era luce,/ forse non era quella che io bramavo,/ ma pur sempre la luce, quella chiara,/ quella di casa mia./ Chi dice che non fosse/ quella che io cercavo.”; è quella la luce della verità, la stella polare del viaggio di Carmen Moscariello; è là che trova le radici, la quiete e l’approdo della sua  lunga navigazione.

 

Nazario Pardini

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Pubblicato da nazariopardini 01:42

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