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“Miracoli” di Lilly Brogi , Gangemi Editore, Roma

Lilly Brogi “Miracoli”

Il cielo stellato sapra di me…

La legge morale dentro di me.[1]

 

I fiori del deserto, il deserto fiorisce? Le dune non ci cancellano i nostri orizzonti?, ma  nel deserto non c’è spettacolo più bello che si possa ammirare e  raccontare del cielo stellato, dell’Orsa maggiore così vicina, così familiare che  puoi toccare con un dito. In questa opera magnifica Lilly ci dice che i fiori nel deserto esistono e sono i più belli e profumati che una donna possa incontrare,  il miracolo più bello per la poetessa artista è quello della vita segnata dai miracoli di un Dio che non ci abbandona che non si stanca di soccorrerci. Di  questo libro di racconti che Lilly ci porge con garbo, eleganza, semplicità, ma soprattutto in verità, non voglio soffermarmi sulle  singole narrazioni , ma su ciò che da essi emerge, sui particolari significati di ogni fatto oggettivo. In primis Lilly Brogi è una  donna in tutto e per tutto  simile a quella che ho letta in uno spazio di Franco Manescalchi,[2]  la cui massima bellezza è la virtù, la capacità di amare la famiglia l’Arte e il mondo. Ed eccola nelle pagine,  la donna trafelata per il figlio ammalatosi  in terra straniera , dove non sanno curarlo, che guida la macchina per una notte e un giorno intero, lei senza patente (non guidava più da molti anni ) e con frontiere infinite con controlli di passaporti e impedimenti, ma il figlio lo porta a casa e lo salva. Un miracolo dice lei, Dio che l’ha soccorsa e guidata in ogni senso. In questo libro , come in altri dell’Autrice, c’è una forte presenza del divino e del mistero, un teologale agglomerarsi di eventi spesso tragici che avrebbero potuto concludersi con la morte, alla fine, c’è sempre una virata che la salva. Non può essere sottaciuta la bomba che la mafia mise a via dei  Georgofili: lei era passata in prossimità di quel luogo infelice, insieme al figlio Michael,  pochi minuti prima che la bomba esplodesse. Anche qui emerge un senso più profondo del romanzo in sé, ella si interroga come mai una signora fiorentina, che mai aveva avuto a che fare con questo mostro, lei, un’ appassionata d’arte, nativa di Livorno ,scrittrice e gallerista, quale destino nefasto l’aveva portata  a questo incontro. E’ questo l’interrogativo che si pone Lilly, di come mai questo demonio si insinui anche nelle vite più pure, rendendole impossibili o addirittura capace di distruggerle. Quest’opera importante è dotata, non rivestita, badate bene, di grande umiltà ,è un porsi di fronte alla vita e a Dio con fiducia, direi con abbandono. La poetessa è una forza della natura, appartiene ad essa in tutto il suo fiorire e in tutti i suoi colori, in tutte le sue ansie è una primula coraggiosa nel gelo dell’inverno. Ma la sua vita si cinge  di lampi di spine, tanto da recarsi da un esorcista , quando le sembrò che la sua esistenza fosse assediata dal male e che per lei non ci fosse scampo. Ascoltò terrorizzata, mentre aspettava il suo turno sui banchi della chiesa, qui,l’ululato di un’anima posseduta dal demonio ,sempre in agguato in ogni singolo (son questi , dice l’autrice, i posseduti dal male dall’invidia, dalla cattiveria, dal tradimento, dall’odio), pronto a colpire e tentare quelle anime più vicine a Dio per bontà e bellezza, ebbene la poetessa vince anche le tenebre con un sussulto di canto, con una corsa felice verso la bellezza di Dio, la grandezza della vita, verso la Madonna Nera (grande e felice consolatrice, protagonista dell’opera e consolatrice della sua anima). Queste pagine non sono un racconto, ma un anelito, mai cheto che si innalza verso le stelle del deserto, verso l’Orsa maggiore che illumina il deserto e lo riempie di fiori rari. Non manca il dialogo con i morti , con i suoi morti, di come l’uomo che crede di essere invincibile ed eterno e che invece , il tempo e la morte lo trasformano  in cenere, ma anche qui il miracolo preserva una bara nella quale ,come santa Rosa di Viterbo, il proprio parente giovane bello, fratello della madre, a distanza di quasi un secolo, era intatto, quasi contravvenendo alla legge divina che ci dice polvere sei e polvere diventerai. C’è dunque, in questo libro un tracciato teologale, che sostiene il vuoto di molte vite, non parlo di insegnamenti, ma di esempi di vita, di preghiere, di giunchi che parlano col vento, di aironi esploratori di vita, portatori di speranza.

 

Carmen Moscariello

[1] Kant, Critica della Ragion Pratica, Laterza 1974, (pagg.197-198)

[2] “Quando Dostoevskij scrisse la famosa frase «la bellezza salverà il mondo», non si riferiva alla bellezza meramente estetica come la intendiamo oggi, ma alla bellezza della bontà. Così la frase acquista tutto il suo significato. Il mondo si salverà quando la bella bontà tornerà ad essere una mèta. …La nostra epoca, ammalata di brutalità perché rifiuta l’ideale della bontà, ha bisogno di donne belle perché sante. La donna corrotta è simbolo della decadenza non solo di se stessa ma di un ambiente, di un’epoca intera. Perciò oggi c’è bisogno che le donne inseguano la bellezza vera e non quella delle icone della pubblicità. C’è qualcosa di stolto nella ricerca del seno perfetto, delle gambe senza cellulite e così via…”