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L’orologio smarrito di Carmen Moscariello. Lettura di Nazario Pardini.

 

 

 

 

 

 

 

L’OROLOGIO SMARRITO

di

CARMEN MOSCARIELLO

 

Verso orizzonti che affrancano l’uomo dalle ristrettezze del vivere

 

 

 

Una polifonica romanza d’amore, di vita, di sogni, di affetti per i figli, i nipoti, per una storia che ha ed ha avuto vicissitudini ricche di humanitas, e zeppe di empatia; una voce corale che parla d’incontri rievocati, di presenze, di urgente forza suggestiva, sapida di vitalità ispirativa, di immagini di occhi innocenti, di volti profumati, di attese spasmodiche, e di ali aperte al volo:

 

Sei  il mio piccolo Budda

ti volgo dal sonno alla luce

disegno nel firmamento

 il  sogno di te

 

girasole di splendidi amori

Leonardo, piccolo Budda

ed io nonna felice

ballo con te fino all’alba

tumbalalaika… (La porta d’avorio);

 

un diario plurale, espanso, totale, che parla di giorni, di notti, di speranze, gioie, illusioni, sottrazioni, di  affreschi ricamati di luci e di ombre; una plaquette di graffiante intensità emotiva, i cui versi, generosi per attitudine alla cultura, per sincronie propositive, e per intrecci allusivi, timbrano, con sonora euritmia innovativa, le folgorazioni dell’anima. Quelle di una narrazione che va oltre le regole di una sintassi canonica per l’urgenza di liberare un animo straboccante di passione; dove persino la punteggiatura sembra di ostacolo all’esigenza di un cuore vòlto a confessare, con immediatezza, le sue emozioni. Scrivere di Carmen Moscariello significa avvicinarsi al suo amore per la poesia. Alla sua dedizione fattiva a questa nobile arte. Dacché Lei, oltre a comporla con forte coinvolgimento, la valorizza, e la diffonde tramite un importante premio letterario (Tulliola Renato Filippelli di Formia) di cui è presidente e fondatrice. E in questa sua nuova silloge, fin dai versi incipitari, evidenzia vis creativa, frequentazione letteraria, e compattezza che fanno della fusione fra dire e sentire il focus, il valore aggiunto dell’opera. Dacché ci convince, da subito, l’uso del verbo; un verbo impiegato con forza etimo-fonica d’inaspettate pointes; un verbo contagiante sia da un punto di vista metrico-stilistico che da quello plenitudinis vitae; plenitudo che riporta a un pensatore del primo Medioevo cristiano, Severino Boezio che ne “La consolazione della filosofia” attribuiva tale stato d’animo solo a Dio “Vita senza fine” (cui neque futuri quicquam absit nec preteriti fluxerit, nulla del futuro può essere assente, nulla del passato potrà essere svanito). Una pienezza che la Moscariello fa sua attraverso un travaglio metabolizzato, e che il verso sa affiancare, ampliandosi, rattenendosi, lasciando in sospeso una soluzione esistenziale, tratteggiando una vera esplosione di gioia, o  rimarcando il passo d’addio nel dolore d’ogni tempo, d’ogni luogo:

 

dietro l’ azzurro  nelle vene irrita il vento

occulta non si quieta la fame, il futuro è in traiettoria

congiunto è  con l’ ieri nei castelli longobardi

di ogni storia rivedo la mia infanzia

 

non mi appare tanto lontana ancora  prosegue

quel sogno delle querce, il passo d’addio

è nel dolore d ‘ogni tempo, d’ogni luogo (de divinazione).

Natale 2012

 

E lo fa con una tale metaforicità  da offrire al lettore un duplice codice di lettura: significato e significante, che, insieme, collaborano con energia alla resa di un  “poema” in cui, da un punto di vista contenutistico, mai il sentimentalismo becero e deteriore prende il sopravvento; considerando che La Nostra sa creare argini ben robusti a contenere la piena di un fiume che corre con irruenza verso i profumi del mare. Verso quegli orizzonti che tanto significano l’affrancamento dell’uomo dalle ristrettezze del vivere:

 

Andare nell’infinito prodigio della vita

attraversare gli orizzonti del mare del cielo e della terra

avvolgermi in tenera nube e rotolarmi

in prati fragolosi,  da uno scoglio all’altro fino

alla punta del molo sfidare la  gelida la luna

 che cede il passo al sole 

Flutti cocci  ruvidi sussurri

il mare mugghia mareggiate di sogni (visio).

 

Insomma si toccano tutti i tasti dell’essere e dell’esistere; tutte quelle motivazioni spirituali che fanno della vicenda umana una storia polisemica e inquietante; gioiosa e melanconica; dolce e amara; una fusione di contrapposizioni che sono il sale e il pepe della poesia; quel polemos dei contrari di memoria eraclitea che la rendono reale e vera. A dominare sul tutto gli affetti familiari:

 

Sei nato finalmente

dalla culla dell’amore

succhi un  nettare

di cieli biondo di farfalle

di lucciole incantate

sei bello, mi  ricordi la tua mamma

occhi di cerbiatto

fusi nelle fossette

i bei sorrisi

a pugni chiusi

ti incammini (teogonia).

 

Ma detti con un tale trascinamento esistenziale che si rendono vicini al sentire di ognuno di noi; oggettivamente universali nell’intento di sottrarre la  bellezza agli annichilenti artigli del tempo. Dacché sotto il dettato lirico scorre un autoptico pensiero filosofico sul quando e sul dove, su thanatos ed eros, sul fugit interea tempus:

 

di Siloe  e  dall’ultimo scalino i bracieri illuminarono.

 è l’acqua e il fuoco in penombra fu la visione

 

le mille strade che ti portarono al Tempio

lì , nel caldo lume della tua poesia confluirono 

 

la morte e la vita …  (somnium Scipionis (a Renato Filippelli, post mortem)),

 

… alle spalle di fronte

nemmeno tanto velata

la morte impaziente (Il sogno: figlio della notte);

 

sul patrimonio delle ricordanze:

 

Apprenderanno i ricordi la strada del silenzio

nelle sinfonie d’autunno gli usci

riaprono al fascino antico del mite giallo

arancio dei torrioni stropicciati anelli

collane d’ambra dalle antiche botteghe

qui sul monte Orlando ripeto a memoria

i versi del Poeta… (enupnion),

 

sull’amor vitae:

 

il vento tace in braccio alle  fluide

comete passiamo  sospesi viviamo

 l’attesa nel grembo canta la vita

limpida sorgente il cuore

batte l’attesa

vaporano odori antichi

ed io accarezzo la tenera gemma

verrà , verrà anch’egli a nutrire

 

quest’anno di gioie… (instrumentum legendi)

(Formia 25 ottobre 2012, attendendo Giuseppedanielegabriele);

 

su natura e naturismo, solitudini di meditazione, su luoghi cari, radici di sempre:

 

madre dei boschi e  delle mille sorgenti della mia

anima- madre- terra- irpina

nostalgie in questo 21 marzo tanto

lontano da quando nel giardino

di mia madre si apriva tra la neve

e il sole l’odoroso gelsomino

ricordo ancora il muro

dove mio padre lo pose

al riparo dai venti, mi disse.

 Quei venti che per lui

non furono mansuete carezze, né la purezza

 dei fiori seppe preservare noi altri raminghi (Vitorchiano (VT), 2 1 marzo),

 

e sul valore maieutico del poièin:

 

…  è l’acqua e il fuoco in penombra fu la visione

 

le mille strade che ti portarono al Tempio

lì , nel caldo lume della tua poesia confluirono 

 

la morte e la vita (somnium Scipionis (a Renato Filippelli, post mortem)).

 

Sì, la nostalgia di giorni passati e di antiche primavere dà un contributo vivace a questa silloge. La Poetessa ama la vita, e dà anima e corpo a questa avventura, alla sua divina venuta; grida col canto  l’attaccamento ai giorni e alle stagioni; ed è per questo che intende fare del passato un presente da ri-vivere, magari, rinfoltito di nuova passione. Personaggi e ambienti trascorsi sono riportati alla luce con un pathos di forte emotività. Tanto che l’ieri, l’oggi e il domani si embricano indissolubilmente per dare forma al logos della poesia:

 

ci attrasse la quercia che or sé  spande morta

e ripetemmo insieme i versi amati al  singhiozzo 

verde  dello  strapiombo di cielo e mare

tra i funghi colorati e allegri dell’autunno luminoso (Surge et accipe…et fuge),

 

dove la natura si fa collaboratrice assidua nella concretizzazione degli stati d’animo; compagna fedele  nelle espansioni sentimentali; e la quercia, una volta viva ed ora morta, assume un significato analogico con lo scorrere del tempo; con la fragranza di un giorno che ritorna a vita nella memoria della Nostra. E, alla fine, quello che vince è il grande amore per una realtà fatta di carne e di sogni, di sguardi e di voli; per una realtà spiritualmente traslata in mondi di fede; per una stagione di affetti che la Moscariello vorrebbe tenere con sé, un domani, oltre il guado che demarca il giorno dalla notte; in un afflato di contaminante spiritualità in cui: