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La poesia di Michele Urrasio letta da Michele Campanozzi.

  • MICHELE URRASIO, La storia di una ricerca
    A distanza di 50 anni dalla pubblicazione del primo libro Fibra su fibra, Michele Urrasio ha
    dato alle stampe il volume antologico Il privilegio del vivere 1965-2015. Urrasio è nato ad
    Alberona, domus e precettoria templare, ma vive a Lucera, dove ha insegnato nelle scuole
    pubbliche e dove attualmente insegna nell’Università della Terza Età.
    È autore di numerose sillogi poetiche che hanno riscosso l’attenzione e l’apprezzamento della
    critica ufficiale e del pubblico: Fibra su fibra (1965), Ancora un giorno (1970), Nel visibile e oltre
    (1974), Dal fondo dei Dolmen (1977), Lettere dall’inferno (1981), Il segmento dell’esistenza
    (1983), La metafora della parola (1990), L’infinita pazienza e altri poemetti (1992), Il nodo caduto
    (1999), Le pietre custodi (2003), Tempo senza tempo (2005), L’elegia delle ombre (2006),‘A ‘ddore
    u pane (2007), Il vento e la quiete (2007), Le radici del sentimento (2013), Il privilegio del vivere
    (2015).
    Nel 1992 ha curato con Giuseppe De Matteis la pubblicazione dell’Opera omnia di Giacomo
    Strizzi; del medesimo anno è la pubblicazione dell’Opera omnia in dialetto alberonese di Michele
    Caruso.
    Ha pubblicato, inoltre, studi di saggistica che hanno rivelato la profondità della sua cultura e
    l’ampiezza di interessi che caratterizzano la sua solida preparazione letteraria. Ne ricordiamo
    qualche titolo: La pittura di Leonardo De Santis (1980), La pittura di Giancarlo Scoppitto (1988),
    L’umanità poetica di Giacomo Strizzi (1989), Enrico Venditti, l’uomo e lo scrittore (1989),
    Giovanni Postiglione-Miraggi (2000), Pasquale Soccio, poeta e prosatore lirico (2001), Le
    emozioni di Renato Guttuso (2002), Morena Marini-I termini della nostra identità (2003), Il
    dialetto dauno nella poesia e nella prosa (2004), Famiglia Dauna di Roma-Quaranta anni di
    fedeltà alla terra d’origine (2006).
    Numerosi e qualificati gli articoli e le note di critica letteraria e artistica apparsi su varie riviste,
    cataloghi, cartelle, monografie.
    Giornalista, scritto all’Albo dal 1981, è direttore della rivista “Fortore”, diffusa anche in USA,
    Canada, Inghilterra, Argentina e in molti altri Paesi; direttore del quindicinale “Il Nuovo Foglietto”;
    già Direttore del mensile “Thŏlus” e Redattore capo del periodico culturale-letterario «Opinioni
    libere», che sotto la sua guida ha raggiunto livelli culturali di notevole spessore. Ha collaborato e
    tuttora collabora a diverse testate giornalistiche.
    Urrasio, come si può notare, è un uomo impegnato in più versanti: scuola, giornalismo,
    conferenze varie, presidente e componente di commissioni letterarie di livello nazionale e
    internazionale, ma si dedica soprattutto alla scrittura.
    Numerosi i riconoscimenti conseguiti, ne segnaliamo soltanto i principali: Cavaliere
    dell’Ordine “Al merito della Repubblica Italiana”; componente della Società di Storia Patria per la
    Puglia; Presidente e Socio Onorario di vari Club culturali; Premio della Presidenza del Consiglio
    dei Ministri e della Presidenza del Senato della Repubblica; Albero d’oro e Cittadino Onorario di
    Alberona, che ha voluto rendergli omaggio con la pubblicazione del magnifico ed elegante volume,
    Il privilegio del vivere, riassuntivo dei suoi migliori pensieri; vincitore di numerosi Premi letterari,
    Premio prestigioso alla Carriera.
    Molti e autorevoli critici si sono interessati alla sua attività culturale, definendo Michele
    Urrasio – come scrive Giorgio Barberi Squarotti – «un poeta lirico, raffinato ed elegantissimo,
    musicale e luminoso, che con attenta emozione convoca i paesaggi del suo mondo pugliese per
    animarli con la “divina malinconia” delle sue riflessioni di memoria, di esperienze di vita e di
    affanni, di perdita appenata che l’intensità della parola poetica riesce a conservare.»
    Mario Sansone, il grande italianista, Giorgio Barberi Squarotti – tanto per citare qualche nome
    – Giuseppe De Matteis, Carlo Bo, Vittoriano Esposito, Donato Valli, Tommaso Fiore, Andrea
    Battistini, Pasquale Soccio, Nino Palumbo, Nino Casiglio, Emerico Giachery, Leonardo Sinisgalli,
    Carlo Betocchi, Renato Filippelli, Michele Dell’Aquila, Francesco D’Episcopo, Daniele Giancane,
  • Maria Marcone, Carmen Moscariello, Mario Petrucciani, Raffaele Nigro, Giuseppe Cassieri,
    Giuliano Manacorda, Ugo Piscopo, Joseph Tusiani concordano, con il prof. Giorgio Bárberi
    Squarotti, nel considerare la poesia di Urrasio «una delle voci più alte e significative dell’attuale
    momento poetico italiano».
    L’opera di Urrasio è presente in diverse Antologie, volumi di critica letteraria e rassegne
    poetiche.
    Urrasio ha una personalità molto complessa, con una sensibilità finemente accentuata,
    attraversata da una profonda introspezione psicologica e frequenti riferimenti esistenziali. La sua
    poesia è caratterizzata da un amore tenero per le radici e gli affetti: “muri/ di calce corrosi da mali
    antichi/ annidati nelle mani degli uomini” (Dal fondo del Dolmen), dalla continua ricerca di un
    possibile senso: “Ho percorso gran parte/ della mia vita mostrando/ il biglietto ad ogni fermata (Il
    segmento dell’esistenza); dalla piena coscienza del mistero del vivere: “…questo enigma che ogni
    giorno più ci accomuna” (Dal fondo dei Dolmen), “Cogliere misteri/ e voci alla sosta del tempo”
    (La metafora della parola).
    Alta è la solitudine del pensiero che talora si perde nel groviglio delle tante domande: “Ci è
    caduto di mano il nostro tempo” (Il segmento dell’esistenza), “E noi girovaghi solitari/ inventiamo
    approdi/ per non sentirci naufraghi” (Il segmento dell’esistenza), “…Più vivi i tuoi segni,/ più certi.
    I miei non sono/ che fragili sillabe raccolte/ a caso in un groviglio/ di suoni indecifrabili, senza
    capo” (La metafora della parola), “Ritrovarmi solo: uomo incompiuto” (La metafora della parola),
    “Vano è pregare, Signore” (Tempo senza tempo).
    Dai suoi versi si evincono le molte risposte non chiare in una realtà che sfugge: “Cosa importa
    conoscere il vero?/ Vivere soffrendo è come morire/ lentamente: fibra su fibra” (Fibra su fibra);
    ”Vaghiamo sospesi/ in un mare di incertezze” (Lungo rotte impossibili), ma anche la realistica
    constatazione della vacuità e del fluire del tempo: “… lottare sotto un cielo/ eternamente sospeso/
    sul silenzio delle nostre case” (Dal fondo dei Dolmen); “Non siamo che la somma di anni luce” (Il
    segmento dell’esistenza).
    Un’espressione poetica che si proietta nell’interiorità per tradurla in parola, densa di variazioni,
    illuminazioni improvvise, sostanziata di elementi e voci che elevano i versi oltre il registro terreno
    per proiettarli in una dimensione spirituale, universale, cosmica. Una dimensione mai astratta e
    avulsa dalla realtà in cui siamo costretti a vivere, ma basata su concetti ricorrenti, topos, parole
    simboliche della reale condizione dell’animo del poeta.
    Il silenzio, per esempio, «è la pausa dentro l’anima quando si attende di poterla illuminare, è
    l’ansietà della illuminazione, è il silenzio che conclude un momento della nostra vita e in cui noi
    aspettiamo segni per continuare» (Sansone): “sentivamo pioverci/ dentro al soffio dell’ultimo/ canto
    il silenzio che cade/ nelle erbe” (Dal fondo dei Dolmen), “Vorrei. Ma amo i silenzi” (La metafora
    della parola).
    Il viaggio, ossia il desiderio “di essere in cammino/ verso orizzonti sconfinati”, spinge il poeta
    a testimoniare che “viviamo/ senza approdo il nostro viaggio” (La metafora della parola) alla
    ricerca costante e affannosa di un “varco nell’arca del tempo/ in cui si naviga senza porto/ né
    approdo” (L’infinita pazienza). Pur riconoscendosi “nomade solitario”, il cui errare si nutre “di
    pause interminabili/ più che di parole”, Urrasio non stenta a inseguire “…la tenacia dell’erba/
    pronta a risorgere dalle sue rovine” (Lettere dall’Inferno).
    La nostalgia del ritorno alla “sua casa” e dell’approdo con il riabbraccio di persone il cui filo di
    un incontro si era spezzato da tempo, oltre a ricordare il nostos di Ulisse, rievoca «un’altra figura
    paterna dell’antichità, quella di Anchise portato in salvo da Enea, lontano dalle mura fumanti di
    Troia». Anche Urrasio “viandante senza meta, riapproda/ qui a cercare sillabe di conforto” (Le
    radici del sentimento).
    Molto toccante e di rara intensità emotiva è l’ultimo argomento svolto in Sillabe di silenzio, nel
    quale si parla del padre, martire dell’ultima grande guerra: la parola qui è come partorita dal
    silenzio. «Tra tanti libri sulle madri, – scrive Emerico Giachery – non molti quelli dedicati ai padri.
  • Il rapporto col padre è sempre più problematico, più dialettico: dall’inevitabile contrapposizione, più
    o meno esplicita, più o meno consapevole, al padre nell’adolescenza e prima giovinezza, si giunge
    poi a un pieno recupero, che è in parte identificazione, e che è segno di raggiunta maturità. Il libro
    di Urrasio resterà tra i più belli di quelli dedicati al padre, accanto a “Pianissimo” di Camillo
    Sbarbaro Venata di intensa commozione è la poesia “Senza voce”: al cadere di ogni speranza,
    anche la natura tace e si “accomuna allo sconforto/ del fanciullo che sulla soglia/ remota degli anni/
    attende ancora un soffio/ di memoria che riaccenda/ di meraviglia il suo sguardo” (Le radici del
    sentimento). “Senza voce” racchiude un andamento sospeso tra presente e passato, dove l’attualità si
    confronta e si colora dei momenti in cui la presenza paterna è una nostalgica proiezione. Privato di
    ogni sostegno e vuoto di ogni sogno, il cuore del poeta vacilla: la solitudine diventa condanna, la
    natura non ha luce né voce nel suo animo, lo sguardo si perde nel vuoto. E il vento, persino il vento,
    tace naufragato nel lago amaro dei ricordi.
    Per esprimere il travaglio interiore, Urrasio adopera un linguaggio lavorato, misurato e
    cesellato con attenzione anche alle minuzie, con una scelta lessicale e il ricorso alla grammatica di
    un verseggiare non descrittivo ma essenziale e talora sincopato, comunque in perfetta sintonia e
    armonia con il gusto moderno e unito a sobrietà e densità espressiva abbellita da immagini,
    metafore allusive e da un simbolismo dal forte impatto significativo.
    Questo è Urrasio, un verso poeta, che entra di diritto nella storia della cultura letteraria e non
    solo del meridione.
    Chi scrive è colui che ha imparato a saper guardare le cose con altri occhi, quelli della
    trasparenza della propria anima, della cui presenza in sé è pienamente consapevole: è questo dono
    che si intende trasmettere con la scrittura e ciascun dono è sempre una originalità. C’è sempre da
    dire che la parola “vera” non muore, perché rimane come fluttuante e vitale nell’universo del
    vivere.
    I veri poeti sono la vita e la musica di questa terra, perché interpreti delle vibrazioni più pulite
    che si librano nell’universo: sono essi che traducono il linguaggio muto delle cose in poema dalla
    presenza gradevole, generando la bellezza. I veri poeti sono i cantori di questa bellezza che sa
    sorridere, l’unica che può salvare questo mondo, spesso buio e contraddittorio.
    Urrasio fa parte di questa schiera di anime nobili, che sanno rendere gentile il luogo nel quale
    nascono e vivono, riuscendo a far compiere un salto di qualità alla terra, conferendole un’anima
    pensante. Bisogna essere a lui grati per avere fatto spaziare la mente su sentieri e pianeti che
    schiudono nuovi spazi e aprono più profondi orizzonti alla sfida della conoscenza.
    N. Michele Campanozzi