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Francesco D’Episcopo recensione a “Il privilegio del vivere”

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GIURIA 2

copertina libroSDC12317Michele Urrasio, Il Privilegio del Vivere

Una lunga fedeltà

La raccolta delle sillogi poetiche di Michele Urrasio, intitolata Il Privilegio del Vivere), tra queste una molto breve, ma non per questo meno efficace, volta a scandire, con la testimonianza critica di chi scrive, un catalogo fotografico, bene rende il percorso di cinquant’anni di poesia, accompagnato da interpreti autorevoli e fedeli (Giorgio Bárberi Squarotti, Andrea Battistini, Giuseppe De Matteis, Francesco D’Episcopo, Emerico Giachery, Mario Sansone, Donato Valli, Francesco Zerrillo) come le testimonianze critiche raccolte alla fine del volume documentano esemplarmente.

Mi piace paragonare la poesia di Urrasio alla nascita di un fiume, in particolare, di un fiume molisano, il Biferno, che per le mie origini conosco più degli altri: da alcune polle d’acqua, insospettabili e innocenti, come lo scrittore Francesco Jovine ebbe a riconoscere, che gorgogliano dalla terra, si forma, gradualmente, lentamente, un corso d’acqua, che acquista sempre maggiore vigore, facendosi fiume sicuro e tortuoso, che si avvolge tra pietre ed alberi, in un fondovalle, che dal fiume prende il nome, prima di sfociare in mare. Così la poesia di Urrasio, che nasce timida e lenta, poi conquista uno spessore sempre più consistente, animandosi e arricchendosi di un patrimonio metaforico e sinestetico di rara efficacia semantica e sonora e imponendosi all’attenzione di una critica, sempre più ampia e avida di interpretare i segni di una progressiva coscienza poetica.

A proposito di critica, Urrasio ha trovato, sin dal principio, eccellenti padrini: dall’alberonese amico di sempre, professore e poeta Giuseppe De Matteis, a un’indiscussa personalità accademica pugliese e nazionale, Mario Sansone, professore di letteratura italiana dell’Università di Bari e Maestro di un’intera generazione di studiosi. Il primo spinse Urrasio a liberare le sue poesie dal chiuso dei cassetti; il secondo lo instradò nell’intricata selva letteraria, in cui rischia di smarrirsi chi intraprende questo specifico mestiere.

Urrasio, poeticamente parlando, ha fatto ovviamente tutto da solo, dando linfa vitale e nutrendo una vocazione del tutto naturale, come quel fiume, che nasce per caso e poi diventa irruente e sicuro, al quale si faceva riferimento all’inizio.

Anch’egli, come molti poeti meridionali, ha un santuario familiare e personale da innalzare e custodire sulla cima e nello scrigno segreto del proprio cuore, della propria mente.

La figura del padre, assente e poi tornato per breve tempo a condividere la felicità familiare, si staglia come una figura, emblematica e irrinunciabile, di questo sacrario di affetti, di sentimenti, purtroppo non vissuti, per un gioco del destino, per intero.

Così l’immagine, tenera e struggente, dell’eroica madre, che impasta insieme pane e lacrime, emblema di molte donne meridionali, rimaste sole a portare avanti una famiglia.

Il bambino correrà a perdifiato incontro al mitico padre, ma nella madre troverà la continuità di un sentimento, forte e rassicurante.

L’infanzia, nel bene e nel male, segna tuttavia le stagioni future e imprime alla vita un ritmo, come ricordava Leopardi, assoluto e autentico, al quale si resta in qualche modo fedeli per sempre.

La vita stessa, poi, da torrente si fa fiume e, come nelle leggi della natura, deve vedersela con se stessa, misurandosi con scommesse e sfide inedite e impreviste, se è vero che nessuno ci ha veramente insegnato a vivere e nei momenti più cruciali abbiamo sempre dovuto vedercela da soli.

Nella poesia di Urrasio si avverte, costante, il senso di una solitudine, di un silenzio, che egli sceglie come condizione privilegiata del vivere, per poter confidare alla poesia tutta la propria felice malinconia. Al grido, così, egli preferisce il sussurro; persino alla compagnia, talvolta, l’appartatezza, per poter meglio dialogare con il silenzio.

A tal punto, interviene, solitaria e soccorritrice, la figura femminile, che sosterrà tutta l’impalcatura amorosa di questo canzoniere, che, si badi bene, è, nella sostanza, un interminabile canzoniere d’amore. Un amore solidale, che aiuta ad affrontare e risolvere le sfide e le svolte della vita; un amore, che conosce qualche difficoltà soprattutto nell’espressione totale della parte più intima e intensa di sé, nella confessione che la coppia invoca e richiede.

Qui la poesia di Urrasio si misura con una dialogicità, che ricorda molto da vicino la tecnica montaliana, anche se la sua dimensione letteraria è diversa. La poesia consente così di riprendere un discorso interrotto con la vita e l’incipit è spesso caratterizzato dalle parole quotidiane, che alimentano la vita di una coppia, la quale, pur se affiatata, non può fare a meno di lasciare sospese domande e risposte. Questa volta, è la donna di una vita a scandire il ritmo di un’esistenza, che nell’amore, nella complicità, nella confidenza racchiude tutta la sua inesauribile energia.

L’amore, secondo un ricorrente canone classico, non esclude, ma include nel suo orizzonte poetico la morte, non tanto e non solo quella fisica, alla quale tutti siamo soggetti, bensì quella morale, se è vero, come molti poeti del Novecento hanno sottolineato, che la cosa più grave che possa capitare è morire da vivi. E quando ciò inevitabilmente accade, si profila all’orizzonte il senso di una rinascita. Si può, insomma, rinascere migliori e in questo alterno processo di vita e morte la donna, che meglio di ogni altra persona incarna il valore “rinascimentale” della poesia, gioca un ruolo primariamente essenziale ed insostituibile.

Ma c’è un altro Urrasio, di cui occorre finalmente parlare: un poeta selvaticamente civile, come indurrebbe a definirlo il linguaggio di Giambattista Vico; un poeta, che, come altri compagni di viaggio del nostro inquieto Novecento, pone a se stesso, all’amico De Matteis, a tutti noi, domande, alle quali è difficile dare realmente risposte, su un tempo, il nostro, insofferente e indifferente, che sembra aver bruciato con una velocità disarmante antichi presidi del cuore e, con altrettanta, disinvolta rapidità, sembra non riuscire a trovare autentiche risposte a un incerto, ma inappuntabile, futuro. Qui emerge il padre, il nonno, che vuole lasciare ai suoi consanguinei e a tutti coloro che credono nella forza della poesia un messaggio di speranza in un futuro possibile.

Il tutto, confortato da una fondamentale fede religiosa, che nella poesia si incarna e trova la sua naturale sacralità; una fede, che aiuta a credere, ad amare, contraccambiando quel sorriso di Dio, che è la sostanza più rivoluzionaria della nostra religione. Di qui il ricorso a quel “tu”, che va ben oltre Montale, per ricongiungersi a una matrice antropologica meridionale di ciclica e densa referenza evangelica.

L’avventura poetica di Urrasio si concentra e consuma, come ho avuto modo di illustrare in un lungo discorso tenuto a Lucera e poi decorosamente pubblicato, nelle terre di Puglia, granaio poetico d’Italia; in un borgo, Alberona, patria di poeti, come D’Alterio, Strizzi, Caruso, visceralmente legati alla loro parlata, stretta e strascicata. Urrasio, pur non potendo fare a meno di parlare e scrivere in dialetto, ha voluto andare oltre i confini del suo paese “poetico” per inventarsi un “infinito” pugliese, da proporre con la lingua di tutti.

Ciò non toglie, anche per complice consiglio di chi scrive, che Urrasio continuerà a sorprenderci e a confortarci con la riproposta complessiva della sua opera in dialetto alberonese, nello spirito di una cordata dell’anima, che lo accomuna ai suoi predecessori, appena nominati.

Sempre chi scrive ha voluto esaltare la costante “poetica” di questo borgo, tra i più belli d’Italia, facendolo annunciare nell’iscrizione iniziale che introduce al paese e nella ripresa di qualche verso significativo dei suoi poeti. Ora che sono cittadino onorario di questa comunità, mi sento ancora più autorizzato e spronato a sostenere e promuovere questa vocazione alla poesia, che si respira nelle pietre, nelle acque, nelle arie di un universo meridionale, che cerca il colloquio, il contatto, il desiderio, il sogno di una vita da vivere soprattutto dentro i nostri sensi e sentimenti più veri.

Negli ultimi anni, Urrasio si è legato di simpatica e sincera amicizia con un artista di sicuro valore, anch’egli di origine contadina, il dottore Giovanni Postiglione, pittore di cardi e di vele, di campagna e di mare. A lui ha giustamente affidato il compito di curare la copertina di questo importante volume, dove un cardo si erge vitale al richiamo del sole. C’è un eros, un’energia vitale, che attraversa il nostro Sud, come il nostro poeta, e questo senso vibratile del mondo si rispecchia in qualche notevole passaggio della sua poesia, soprattutto poematica; un invito ad amare, a cogliere la vita nei suoi saperi e sapori più segreti.

Francesco D’Episcopo

Michele Urrasio, Il privilegio del vivere 1965-2015,

Catapano Editore, Lucera, 2015.

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