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Note critiche sulla poesia di Michele Urrasio

Michele Urrasio

PREFAZIONI – INTRODUZIONI – NOTE CRITICHE
(a cura di Carmen Moscariello)

TESTIMONIANZE CRITICHE

G. Bárberi Squarotti,
Andrea Battistini,
Carlo Bo,
Giuseppe De Matteis,
Francesco D’Episcopo,
Vittoriano Esposito,
Renato Filippelli,
Tommaso Fiore,
Emerico Giachery,
Maria Marcone,
Biagia Marniti,
Mario Petrucciani,
Mario Sansone,
Leonardo Sinisgalli,
Pasquale Soccio,
Donato Valli,
Francesco Zerrillo.

FIBRA SU FIBRA, 1965
GIUSEPPE DE MATTEIS
Prefazione a Fibra su fibra
(Leone, 1965)

Tra le tante raccolte di poesie che gli editori e i tipografi propongono di frequente al pubblico dei lettori, figura oggi questa nuova interessante plaquette (trentanove testi) di Michele Urrasio. L’originale e leggiadra struttura dell’impaginazione, nonché una certa unitaria nota di sincerità e di pulizia che permea il dettato poetico, ci hanno persuasi ad accettare l’invito di fare da introduttori all’opera.
Ci rendiamo conto di avere assunto un compito piuttosto gravoso, perché, se non è mai perfettamente traducibile in termini di chiarezza il pensiero di una persona, che pure è sostanziato di logica, a maggior ragione è vano inseguire il quid inafferrabile della poesia e dell’arte.
Possiamo giungere a questa considerazione, riandando con la mente agli autorevoli giudizi del Croce, ma altresì appellandoci al comune senso dei lettori.
A qualcuno può sembrare che in noi esista l’habitus del rinunciatario o, almeno, di colui che vuole cercare, in una affermazione di carattere generale, una facile scusante per cavarsi da impicci, sempre presenti in ogni nuovo lavoro di esegesi. Rassereniamo i dubbiosi, dichiarando che è nostra intenzione avvicinarci a questo volumetto con l’animo sgombro da ogni prevenzione e da ogni intento retorico e, soprattutto, con l’umiltà, di chi è consapevole che di fronte alla poesia bisogna spogliarsi di ogni stucchevole attributo, se si vuole, non «interpretare», ma porsi nella condizione di assecondare l’umanità del poeta. Di questa fraternità di disposizione dovremmo armarci un poco tutti, per capire la complessa polivalenza del testo e renderci partecipi della verità del fatto espressivo (verità intesa come linguaggio che dà testimonianza dell’umano) che, nella maggior parte dei poeti contemporanei, non può essere fissata se non in astratte formule, analogie, simbolismi, tecniche di indubbia ascendenza baudelairiana, mallarmeana e rimbaudiana, le quali lasciano trapelare dal loro tessuto compositivo una sensibilità del tutto inedita, moderna, che ai nostri occhi appare quasi sempre oscura, se non troviamo la forza di porci in una sorta di complicità iniziale col poeta, risalendo l’iter delle istanze e dei compromessi che hanno prodotto la poesia, primi, fra tutti, i timori, le ansie, gli smarrimenti e sbigottimenti, le angosce e le lacerazioni di un’esistenza che trova il suo alimento nella componente di un dolore più umano e filosofico, riflesso della “malattia mortale” di Söron Kierkegaard e della ben più problematica “malattia storica” di Federico Nietzsche.
Senza una coscienza prospettica del nostro secolo, orientata tutta allo studio della cultura europea post-idealistica e post-romantica, è vano pretendere di capire la follia atomistica ed attimale della parola di Campana, l’esaltazione mistica di Rebora, l’aspra solitudine di Sbarbaro, il «dolore» di Ungaretti, il «male di vivere» di Montale, così com’è vana la comprensione di innumerevoli altri poeti contemporanei (non escluso il Nostro) che, perlopiù, si esprimono negli accenti colti o difficili delle poetiche decadentistiche; e ciò, non tanto per rispondere ad un assunto formale (di qui ha preso corpo la significazione peggiorativa che molti critici rivolgono alla voce “decadentismo”), quanto per consentire una disponibilità di giudizio che aiuti a leggere la cifra del loro stato d’animo, della loro posizione mentale (questa seconda accezione corregge efficacemente la prima, e pone in risalto il fatto che la lezione decadentistica continua e si svolge nella fase storica presente).
Abbiamo creduto opportuno accennare alla cultura e poesia italiana contemporanea, per avviare meglio il nostro discorso su Urrasio. Nella poesia di questi è evidente la scomparsa di tutto il corredo tradizionale: il canone rigido ed oppressivo della metrica si risolve nell’incanto ritmico; i monologhi interiori o discorsi vissuti si aprono alla forma distesa del dialogo; le immagini simboliche, le
metafore e le allegorie si colorano di un impianto razionale. Questo ultimo aspetto (ma anche la forma frammentaristica, tipica del poetare d’oggi) acquista pieno vigore stilistico nella riassuntività di ogni lirica, sembra, anzi, classificarsi come il più appariscente e il meglio indicativo per comprendere l’umanità del poeta. Gli attacchi sono ugualmente sinceri e, quasi sempre, sono risolti nell’aperto gioco impressionistico-descrittivo, che serve a preparare lo schianto finale della confessione: la quale è tanto più efficace, quanto più marcata è la concisa drammaticità della chiusa.
La Weltanschauung del poeta diventa viva e fremente in quest’atto decisivo di finale a sorpresa, dove la clausola riflessiva altro non è se non il ritratto di una dominante malinconia; si ottiene così l’eco di un canto sommesso, più intimo, dal tono di frammento.
Cammino solo, senza fine.
Mi perdo dove nel cielo
ha fine la strada.
Vana è la voce del mondo
che implora il ritorno.
Di tenebre è l’alba
per chi nella luce non spera,
per chi dell’autunno
ha fatto la sua stagione:
agonia di sole e di foglie.
Immenso deserto è il mondo.
Affondo deciso
nelle dune del dolore.
Possiamo qui suggerire il riscontro con un certo impianto sintattico montaliano: chi non ricorda le aperture del poeta ligure «nella immediata proposta di un elemento cosa persona paesaggio, come
suggerimento occasionale dell’immagine interiore»?
La caratteristica razionale della poesia di Urrasio, niente affatto estemporanea, utilizza ampiamente del discorsivo e del prosastico; in essa va notata, soprattutto, l’insistenza sulla prospettiva del reale, una prospettiva che non è solo particolare accadimento o cronaca, ma giudizio ininterrotto sulla propria persona, al fine di chiarire la sua posizione di “solitario”.
Una poesia, dunque, autobiografica (già molti titoli possono essere assunti al grado di reportage poetico), dove sono frequenti gli accostamenti alla vita dell’uomo, non interamente pubblicizzata nei versi (Ali di gabbiano, Le stoppie, La vela, Piegato sull’esile stelo). E l’autobiografismo spiega l’accondiscendenza del poeta alla narrazione, alla moralità; il perché dell’impianto prosastico è suggerito dall’uso, piuttosto frequente, dei due punti e delle virgole, una parattassi che intensifica il discorso, caricando, in parte, gli elementi recitativi del verso, ma facendo anche da correttivo ad una eventuale eccessiva liricizzazione.
Tra le mie case
in dolce attesa
ritrovo
il cuore rimasto
nelle vecchie mura:
lo squarcio di cielo
. . .
il calore delle mani rugose,
il richiamo dell’antica torre
. . .
Nella raccolta di Urrasio non mancano sparsi accenti di nostalgia, che sono sempre sorretti da una mesta pensosità.
Non posso dimenticare
la mia gente:
uomini piegati
dal tempo e dal lavoro
che sanno di terra.
Donne schive
che nascondono in grembo
un segreto tesoro.
Ciò che rende riconoscibile il poeta non è il tono prosastico sic et simpliciter, ma una sorta di aggregati semantici imprevedibili e sorprendenti (singhiozzo perenne di scogli – un sipario di gocce – sussulta un pampino vermiglio – la luna impigliata nel verde del canneto – il Fortore si scioglie in candida bava – Robusto è il canto del mare); è la capacità di saper forgiare gli eventi, le cose, le visioni, al fine di tradurli in moti dell’animo, in sentimenti, in ragione del proprio vivere.
Prevedendo facilmente gli ulteriori sviluppi di stile e di contenuto, si può affermare che la produzione poetica di Urrasio contiene già, nel taglio del verso, nella concisione delle immagini e nel gusto della scelta degli elementi, tutte le componenti perché da poesia di “osservazione” diventi poesia di “auscultazione”, di interiori risonanze, e possa parlare al cuore di quanti hanno conosciuto il dolore, affinando in esso la propria sensibilità.

Giuseppe De Matteis

ANCORA UN GIORNO, 1970

GIUSEPPE DE MATTEIS
Prefazione ad Ancora un giorno
(Catapano, 1970)

Dopo Fibra su fibra, ecco questa nuova raccolta di versi di Michele Urrasio a riproporci, vivo e molteplice, il profilo di una poesia che sa affrontare con arditezza incisiva di immagini, con sicura libertà, con tesa e densa eloquenza di accenti, i più seri e assillanti problemi dell’anima umana.
Alcuni anni fa, presentando il primo libro di Urrasio, rilevammo come nella sua poesia fosse evidente la scomparsa di tutto il corredo tradizionale: il canone rigido e oppressivo della metrica, che si risolveva nell’incanto ritmico; i monologhi interiori o «discorsi vissuti», che si aprivano alla forma distesa del dialogo; le immagini simboliche, le metafore e le allegorie, che si colorivano di un impianto razionale. Lo stesso ductus stilistico si ripresenta in Ancora un giorno, vivificato da una nuova e più organica struttura sentimentale e di pensiero. Anche questa volta la poesia non si nutre di moduli desunti dal repertorio ermetico, ma si distende nella pagina in maniera lucida e chiara; non raggiunge l’effetto attraverso zone misteriose ed enigmatiche, ma tramite il verso che ha pronunciamenti e cadenze lievemente musicali: la sua poesia rifiuta, cioè, gli incantesimi intellettualistici e gli sperimentalismi funamboleschi o acrobatici e si propone al sentimento-ricordo.
L’accondiscendenza al narrato, alla moralità che rendeva pregnante e, a volte, gnomico il giro della frase poetica di Fibra su fibra, è ugualmente presente in questa silloge, dove la «storia d’uomo» dev’essere, è vero, letta e interpretata in chiave autobiografica, ma dove è necessario non trascurare l’eco sincera dell’amore e dell’universale fraternità. E ciò ha potuto fare il poeta, perché la sua personalità creativa dispone di altre corde, ha cioè la possibilità di scoprire in se stesso e nel mondo, non meno felicemente (anzi con più ricca lievitazione fantastica), anche altre cadenze. In primo luogo, il commosso lirismo degli affetti domestici, della paternità soprattutto. Che è, a nostro avviso, il terreno dove Urrasio ha coltivato e prodotto la «res» di più scavato segno e significato, ha desunto le note più toccanti e alte. La presenza assidua del padre, perduto prematuramente nell’ultima grande guerra, è come la forza catalizzatrice di tutti gli interrogativi e di tutte le speranze anche.
E tu fremi
prigioniero della terra.
Sento l’alitare della tua parola,
il battere della mano sulla spalla
rassegnata a grave peso,
. . .
Ti lessi negli occhi
spenti la sabbia, i grovigli
di ferro dove cedeva il cuore
a raffiche improvvise, la sete
della terra del Gange,
il pane di cui sgranasti briciole.
Conforto al mio canto è la tua voce
. . .
Tu fremi.
E il tuo fremito è mio
di ira di sdegno di oscuro dolore.
Ma, leggendo più a fondo questi componimenti, possiamo incontrare altri temi cari al poeta: la sua miseria di figlio della terra, l’anelito della gente laboriosa e tenace del «natio borgo», la sua ansia di rinnovamento e di liberazione. Certamente il poeta, oggi, non sarebbe maturato artista, senza le prove dolorose della sua fanciullezza.
Fanciullo appena
al fumo delle stoppie ho soffiato
in trombe di cicuta
l’amarezza di una triste infanzia.
E quanta delicatezza ed umanità scopriamo nell’appassionata rievocazione della propria terra!
La mia terra sa dolce il risveglio
nella voce dei ruscelli e delle fonti,
nel verde che riveste le tombe
e rode antiche mura alla radice.
Hai lamentato a lungo la mia assenza
e più viva è l’attesa ora…
Il leit-motiv di queste liriche delicatamente moderne, non attardate da pastoie letterarie, è la rievocazione del piccolo-grande mondo del poeta, è la ricerca del tempo perduto, finalmente ritrovato
e ricondotto allo spazio della memoria: case e strade, e scenari di paese, situazioni, voci e sentimenti, colori e linee.
Ed ecco sulla siepe fiorire
il sambuco ancora, come ai tempi
perduti
. . .
Mormora il fiume tra pietre
corrose su memorie sparse
in ombre tristi lungo strade
di silenzio.
Altrove è sempre la poesia dei ricordi che prende il sopravvento e muove il groviglio dei sentimenti.
Ancora il bronzo del campanile
arso dai venti,
. . .
il pianto delle notti tarde…
Non ho perduto
. . .
il fischio della ginestra, il mesto
richiamo degli uccelli di passo.
Nell’aspra cadenza del linguaggio
ho cercato
. . .
il gioco sereno delle acque,
lo stormire alto del pioppo
alla luna di marmo. E il cuore
è là nascosto nelle zolle,
. . . . .
vivo nella carne dei miei padri.
La raccolta è un mondo dimensionato all’auscultazione sincera del proprio essere, studiato nelle memorie antiche, nella natura, nel momento stesso della sua rivelazione e consapevolezza.
Ma ciò che più sorprende in Urrasio è il senso del silenzio, un silenzio che avvolge il poeta e che si identifica con il mistero delle cose stesse, da cui egli si sente avvinto, come preso dalla coscienza tipicamente esistenziale del nostro secolo.

Giuseppe De Matteis

PREMESSA
Caro De Matteis,
ho letto le poesie di Michele Urrasio e devo confessarti che ho scoperto in esse un’onda profonda di malinconia e un’eco di cose abbandonate e finalmente recuperate nello spazio della memoria: c’è tanta di quella mesta pensosità, insomma, che caratterizza il canto di un po’ tutti i meridionali.
Sono fermamente convinto che il tuo Amico si farà strada; non abbia fretta (preoccupati di dirglielo), ma assimili bene il passato e dal passato proceda con equilibrio, al fine di evitare che, presto, anche la sua poesia, come tanta poesia moderna, finisca per essere una mirabile invenzione stilistica e niente altro.
Ho apprezzato l’essenzialità del suo linguaggio, cosa che tu, d’altra parte, con buon acume critico, sottolineasti nell’Introduzione a FIBRA SU FIBRA.
Non mi resta che augurare ad Urrasio un sempre più vigile e cosciente dominio dei suoi mezzi espressivi poetici, e un buon successo tra le persone che amano ancora la Poesia.
Mi resta l’ansia di sapere tue notizie e ti prego di scrivermi presto: so che hai sempre qualcosa da dirmi, in verso o in prosa.
Fraternamente tuo
Tommaso Fiore
Bari, 1970

NEL VISIBILE E OLTRE, 1974

GIUSEPPE DE MATTEIS
Prefazione a Nel visibile e oltre
(Catapano, 1974)

A vari anni di distanza dalle pubblicazioni di Fibra su fibra e di Ancora un giorno, opere nelle quali si era calato con tutta la sua identità di uomo e di intellettuale, e che gli valsero il legittimo riconoscimento del premio nazionale di poesia “Umberto Bozzini”, Michele Urrasio torna in questi giorni in libreria con questa nuova raccolta di poesie, in cui ha riunito versi che è andato scrivendo dal 1960 al 1973: un panorama abbastanza vasto, come si vede, che sta a testimoniare la presenza e l’incidenza dell’uomo, la sua forte tensione poetica di fronte ai gravi e dolorosi problemi che agitano l’umanità di oggi.
Anche in questi cinquantaquattro testi il motivo di fondo resta la natura e, con essa, la «poesia dei ricordi»; ricordi che non sono un pretesto per indugiare nostalgicamente sul passato, ma una costante verifica del proprio stato morale, un continuo confronto tra ciò che il poeta vorrebbe essere e ciò che invece è stato ed è.
Il mondo dell’infanzia, le figure familiari e domestiche, specie quella paterna, riaffiorano qui con un profilo affettuoso, si svelano nei loro aspetti inconsueti, come struggenti ed accorate myricae, favoriscono il costituirsi di un alone particolare, che è quello di una narrazione pura, disancorata dal travaglio a volte tedioso dello spirito, la sola destinata a durare, perché accomunata al destino della poesia che non tramonta mai.
Solo
il tuo ricordo turbina nell’aria,
resiste ai colpi del tempo.
Questa creazione poetica si identifica con il godimento stesso dei sensi che accolgono in sé le luci, i colori e il caldo delle stagioni pugliesi.
Ti ritrovo adagiata nei colori
dell’autunno: fronde rosse
accese dal vento, singhiozzo
di acqua perduta nei canali.
. . .
Ho rubato ai volti il segreto
delle età, l’angoscia ai cipressi,
il colore ai tuoi occhi chiari.
Ritorno. Ho dentro la ruggine
dei tigli, il vuoto del muro
a secco ai margini delle strade,
la tristezza del sole che lento
si sfalda sui muri di calce.
Le liriche, dunque, hanno la genesi medesima dell’erba, anzi di Dove trema l’erba: si realizzano con la stessa naturale necessità.
Settembre porta ancora verde
ai miei monti nella chiara
distesa della sera…
e tu
torni a sorprendere il mio cuore
su queste balze dove trema
l’erba e la quaglia lancia
sparuto il suo richiamo.
Ma non è tutto qui. In questo terzo tempo della poesia urrasiana c’è una nuova cifra interpretativa. Il nucleo lirico dell’opera va sicuramente ricercato nell’ininterrotto flusso che trascorre negli uomini e nelle cose come una forza destinata a vincere la solitudine, a creare un legame nuovo come una straordinaria «speranza».
«Io non conosco confini
non so dove il bene finisca
e incominci l’amore». – Parole tue
che si perdevano lente nell’aria
e mi lasciavano il tremolio
del pioppo aperto alla speranza,
. . .
di te ormai piena è la mia giornata.
La ricerca di un’intesa umana, al di sopra del destino del singolo, cioè di una simpatia e di una fraternità che leghi fra loro gli uomini, è una conquista recente.
L’aspettavamo la primavera.
. . .
La nostra era un’attesa senza fine,
vuota come il nido che cercava
la sua rondine, come la torre
che vegliava il suo silenzio.
Sospiravamo la luce, il tepore
nelle mani
. . .
Era venuto, sì, il primo fiore
sul pesco,
. . .
Poi venne il trifoglio
nei campi, il profumo nell’aria
e noi ci perdemmo confusi
in un dolce mattino di luce.
In questo libro, al centro di una serrata indagine, si trovano l’uomo e i vitali problemi che sono propri della civiltà contemporanea, mentre il paesaggio, nel quale Urrasio colloca le figure umane, è colto attraverso forme sensibili di una straordinaria purezza e respira in quel clima di analogia poetica, per cui esso stesso è significante di stati d’animo e di trasposizioni nel mondo della pura evocazione.
Aderente alla vita, dunque, questa stagione poetica, legata all’humus della realtà esistenziale, pare possa dirsi ormai matura per nuovi slanci.
Anche il lessico è trattato con fermezza, senza sdilinquimenti ed enfasi, lavorato in profondità, scavato in maniera sofferta.
Conseguentemente il verso è scandito attraverso semantemi più nutriti e sicuri, attraverso un’attualità autenticamente liricizzata, che offre consistenza alla voce e robustezza al ritmo.
L’impressione ultima che si ricava dalla lettura di queste pagine è quella di una poesia felice; di una poesia che, con una forza di convinzione oggi quasi inusitata, si fa emblema di un modo di esistere.

Giuseppe De Matteis

GIUDIZI CRITICI

Caro Urrasio,
ho ricevuto, letto e riletto le poesie, devo dirLe che sono lieto d’averLa scoperta o quasi, a Lucera.
C’è nei suoi componimenti, che rivelano esperienza e talvolta riflessi di attente letture moderne, soprattutto una vibrazione discreta di memorie e di paesaggi, e una commozione misurata e scandita sul ritmo delle cose.
La sua terra è sempre vicina e remota: vicina con le sue componenti visive, e remota nella risonanza dell’anima che le rivive come ricordo e stimolo e punta di tristezza.
Lei ha già una sua misura e un suo mondo.
Mario Sansone

…Urrasio riesce quasi sempre persuasivo, perché il riferimento all’oggettività fenomenica del mondo reale è permanente nella sua poesia. Anche in quest’ultima raccolta (Nel visibile e oltre) egli ripropone la dialettica non disperata della vita continuamente in gioco tra forze antagoniste. I suoi modi di dire sono essenziali e coloriti nello stesso tempo, e trovano forza nella «riassuntività» di ogni lirica.
Carlo Bo

Le poesie di Urrasio meritano senz’altro attenzione e incoraggiamento. Il processo di maturazione dalla prima raccolta a questa mi pare un poiein positivo.
Mario Petrucciani

La presenza della terra natia, Alberona, è sempre un fertilissimo e suggestivo crogiuolo di ispirazione, a cui questo giovane può attingere senza il timore di sbagliare.
Leonardo Sinisgalli

Nel lessico usato da Urrasio l’elenco delle parole indicanti oggetti realisticamente vivi è indice di una felice disposizione d’animo. Si tratta di oggetti che sono a un tempo cosa e simbolo per cui la felicità espressiva è proprio in questa rapida trasfigurazione. Sorgive, canali, alberi, ciottoli, fumo, chiavi appese al grembo fanno quadro di per sé e il suggerimento cromatico è marginale.
Ogni schema desta una tematica di sensazioni che si aprono agevolmente ora a raggiera, ora in una linea retta che tende al bersaglio, tanta è la sicurezza intuitiva. È un poeta estroverso Urrasio, che ci mostra un paesaggio sempre fresco di colore: sono squarci di vita appenninica sepolti nella memoria, che riaffiorano di colpo alla luce. Si stabilisce un mutuo piacere comunicativo, quasi un dialogo, tra autore e lettore, ed è da rilevare che i motivi tristi, talvolta angosciosi e disperati(quante volte affiorano le parole «sera», «buio», «notte»?) subiscono una trasfigurazione tale da rendere sempre imminente la vittoriosa felicità del canto. Ci offre, comunque, Urrasio un fascio di freschi pensieri che testimoniano la fragranza e la luce della sua terra, e di questo gli si deve essere grati.
Pasquale Soccio

… La produzione poetica d’oggi non conosce confini: tutti scrivono, presumendo di essere i detentori dell’Arte. Tu, caro Michele, hai saputo scavare come pochi in te stesso, raggiungendo a volte punte elevatissime di poesia.
Tommaso Fiore

DAL FONDO DEI DOLMEN, 1977

MARIO SANSONE
Prefazione a Dal fondo dei Dolmen
(Rebellato, 1977)

Queste poesie di Urrasio portano ancora qualche peso dei poeti «togati», specialmente Montale, ma poi presto si liberano in un ritmo e in un orizzonte di ispirazione affatto personale.
Rivelatosi a se stesso e alla poesia appena da qualche anno, Urrasio ha già percorso un buon cammino: costruisce con singolarità di composizione, trova cadenze che innovano e spesso inventano, ha un gusto ben disegnato delle cose: degli uomini e dei loro rapporti col tempo: pur se debba lamentarsi qualche sovrabbondare d’immagini.
Direi che il tempo ha una singolare tenuta in Urrasio: è (se è possibile dir così) piuttosto sincronico che diacronico. È certamente tempo di memoria, di speranza, di attesa, di balenanti rimpianti e
letizie, ma è avvertito soprattutto nella sua attualità e concretezza: il tempo nel quale Urrasio vive e nel quale colloca le sue creature: tempo obliato nel tempo.
Dipenderà anche da questo il fatto che Urrasio non manifesta pretese ideologiche; vivendo nel mezzo delle vicende contemporanee, e avvertendole come in plaghe occasionali, sono lontane da lui
le passioni, i dibattiti, le ribellioni degli uomini, lontani i clamori del mondo discorde e persino rissoso, nel quale siamo tuffati.
Il mondo di Urrasio è un mondo affatto individuato nella trama della sua vita: sono poesie d’amore, spesso notevoli per vivezza di scorci e di immagini; sono poesie d’affetti perduti o ritrovati o senza speranza di ritorno, e tuttavia avvivate sempre da un battito di speranza, di redenzione; sono poesie familiari (assai notevole quella dedicata alla sua terra, la prima della seconda sezione [Da madre giusta]), dove campeggiano, anche sopra le brevi memorie d’infanzia, i ricordi di casa, dei genitori e dei congiunti. Il tutto collocato sopra il paesaggio di Puglia – più specificamente di Capitanata – disegnato ed amato nella sua ampia serenità e mestizia.
Queste visioni di Puglia sono più frequenti nella seconda sezione della raccolta e ne segnano quasi l’accento unitario, esse sole. Più nettamente compatte la terza e la quarta sezione: la prima colma di balenii d’amore (solo / il tuo ricordo turbina nell’aria, / resiste ai colpi del tempo… La paglia riempiva le nostre / notti, si posava a corona / sui tuoi capelli, ed era luce ecc.) e, soprattutto del senso della morte, così vivo e presente, ma non mai disperato, e neppure desolato, a misura del temperato vitalismo di Urrasio (il poemetto Nel visibile e oltre, dedicato alla morte del padre, credo che sia tra le cose migliori, se non la migliore in assoluto, di tutta la raccolta); mentre l’altra, la quarta, è tutta d’amore, un amore ora perduto, ora riconquistato, in una delicata mitezza e contemplazione d’affetti.
Urrasio, per ora, non esce dalla sua vita e fa bene ad abbandonarsi a se stesso, al suo sentire più sincero e vibrante. Se io dovessi azzardare una profezia, direi che egli non sarà mai poeta corale, epicizzante, di popolo (e con questo sono lontanissimo dal pronunziare giudizi o istituire graduatorie di poesia!), ma senza dubbio approfondirà ed estenderà, per ramificazioni sempre più armoniose ed intense, il suo mondo interiore. Ed è perciò che della sua poesia non vanno tanto valutati i temi, quanto le immagini e lo stile. È questa la via che Urrasio si sta aprendo animosamente: egli ha il privilegio di gusto del colore, delle luci, dei paesaggi, della campagna, un privilegio che dà qui già prove mature. Urrasio è poeta in cui le sensazioni si traducono subito in organici e ben cadenzati giri di immagini: sentivamo pioverci / dentro al soffio dell’ultimo canto / il silenzio che cade nelle erbe; e, per la sua terra, Hai nel cuore il pianto millenario / delle madri, il bianco dei muri / la stanca cantilena dell’uomo / che cerca sul dorso del mulo / il suo riposo. …nella rete della notte è caduta / la luna… e, ancora, pei paesi del sud: isole di pietre vive, muri / di calce corrosi da mali antichi / annidati nelle mani degli uomini / nel profilo delle donne / perdute nell’alba. L’esemplificazione potrebbe continuare, e temiamo di non aver scelto il meglio. Ma vogliamo dire che sono immagini e giri di versi tanto più degni d’attenzione, quanto meglio piegati ad esprimere quel senso attuoso della vita (vita o morte, rimpianto o sorriso, paesaggi di luci o di ombre) nel quale egli sta tutto in felice consonanza di ritmo col battito del suo animo e della sua giovinezza.
Incominciammo ad avere una fiducia fondata di non esserci sbagliati, quando, tra moltissimi versificatori ignoti e maldestri, la nostra attenzione fu fermata dalle prime prove di Urrasio: c’era già in
lui l’attitudine a governare con equilibrio la parola. Equilibrio che ora si fa più intenso e vario, tanto spesso si scompone e ricompone in nuove invenzioni d’immagini intorno a nuclei di sentire già ben
rilevati. È un traguardo già raggiunto, ma non sarà l’ultimo.

Mario Sansone

LETTERE DALL’INFERNO, 1980

GIUSEPPE DE MATTEIS
Lettere dall’Inferno
(23 novembre 1980).

Attualissimo è questo nuovo messaggio poetico di Michele Urrasio, scandito in tre tempi, sostanziato degli umori personali e universali registrati a seguito del tremendo terremoto che ha sconvolto alla fine di novembre scorso tutta l’Italia, seminando distruzione e morte in alcune zone della Campania e della Basilicata, già tanto sinistrate dalle sempre poco favorevoli condizioni geografiche ed ambientali e da un’assurda annosa politica governativa, orientata a far ricorso a mezzi di mera sussistenza per il Mezzogiorno, anziché promuovere un sano ed efficiente sviluppo economico e produttivo.
Nella prima «lettera» urrasiana si constata con amarezza la fine dei sogni di una povera donna che ha atteso un’intera vita per poter godere, con il proprio uomo, il frutto dei loro patimenti; di così lunga attesa, però, non restano che poche testimonianze nelle quali è condensata tuta la loro storia.
La terra ha tremato con un lungo disastroso boato, al cui confronto «[…] è […] un sussurro / l’altissimo tonfo delle cascate», conosciuto dalla donna attraverso il racconto fatto dal marito. Le ore, pacate e trepidanti di attesa, scorrono tra lo stupore, i crolli e gli urli delle sirene, che lacerano il silenzio della morte, la sua realtà dolorosa e ineluttabile. L’unica testimonianza di vita è data, forse, dalle mani che cercano affannosamente tra le macerie del loro angoscioso passato.
L’atmosfera drammatica della prima «lettera» assume connotazioni più cupe, esasperate nella seconda, per risolversi, alla fine, in un soffio di speranza: nella rinnovata nascita del bimbo che dal grembo delle macerie torna a «riempire l’aria del [suo] nuovo urlo alla vita». Anche in questi versi è viva l’attesa: mancano pochi giorni a Natale e il figlio già sogna «l’ansia del treno, gli scambi, la valigia / ricolma di affetto e di calore». Non dovrà attendere oltre; nella valigia non troverà che «La polvere [che] gonfia gli occhi, il silenzio[…] del […] vecchio padre / che si risolve in gelo». Sarà un Natale luminoso per la madre che assisterà – unico caso al mondo – alla seconda nascita del proprio figliuolo: un miracolo che servirà a rianimare il mondo di speranza.
Agli uomini è una lirica di amplificazione dell’umano. In quest’ultimo componimento freme il dolore di chi non ha più nulla e si accontenta di poco («Ed è ricchezza il fumo / della sigaretta che sfugge / rapido alla presa, la pazienza / del cane che ci accompagna / rassegnato al nostro calvario»), ma v’è soprattutto la voglia di tornare a ricostruire un mondo di sacrifici e di penose attese; v’è la «la tenacia dell’erba / pronta a risorgere dalle sue rovine»; v’è la coscienza della difficoltà di risalire la china, ché dello sforzo secolare degli uomini non rimane «che il conforto / delle mani aperte sul vangelo del dolore». Non si chiede nulla, anche se si ha bisogno di tutto. Si cerca soltanto il dialogo con la vita, per non continuare a parlare di morte con la morte.
Con questo trittico Urrasio ci offre una persistenza di immagini che diventa coerenza, unità di motivi e di visioni già ampiamente diffuse nelle sue precedenti raccolte poetiche. In continua dialettica con se stesso e la realtà, Urrasio costruisce il suo colloquio di lacerante frattura del «male di vivere» in un linguaggio terso e robusto, incorporato in immagini e figure concrete.
Ancora una volta, dunque, abbiamo dei componimenti nati in asciuttezza di modi e di forma, ricchi di tensione emotiva tutta trasferita alle vicende esterne: ora portano il segno bruciante della dolorosa esperienza del terremoto; altre volte hanno registrato motivi ugualmente concreti, di vita vissuta. Sempre egli lega il suo discorso poetico alle situazioni sociali e alle vicende umane, per indirizzarle verso un esito di denunzia e di protesta costruttiva. Il risultato che si ottiene è sempre lo stesso: una poesia profondamente vissuta, che sa posarsi sul mondo che il poeta ama e sa trasformarsi in un flusso lirico che fissa in limpida visione l’essenzialità del vivere e del morire.
Giuseppe De Matteis
Opinioni Libere, anno XV, n. 1-2, gennaio-febbraio 1981

IL SEGMENTO DELL’ESISTENZA, 1983

GIORGIO BÁRBERI SQUAROTTI
Prefazione a Il segmento dell’esistenza
(Bastogi, 1983)

La poesia di Michele Urrasio ha fondi, scanditi modi meditativi: è un continuo e tenace ritornare del discorso sulla condizione umana, che sembra concretarsi e concrescere come da una remotissima lontananza di pensieri, di concetti, di idee a lungo nutriti nella mente e nella memoria, finché, giunti a maturazione, possono giungere alla luce della scrittura, conservando sempre quell’impressione di parola che risponde a un’esigenza assoluta, tanto da aver sfidato il tempo prolungato e l’impegno estremo del chiarimento e della precisazione prima che la pagina ne possa offrire con la necessaria evidenza il messaggio. La meditazione poetica di Urrasio è ferma e severa, senza concessioni al patetico e senza tregue di descrizione o di contemplazione. Il discorso poetico tende ad andare fino in fondo al dolore, all’angoscia, all’affanno del vivere, fino ad attingere la speranza almeno di trovare di tutto un significato, capace di acquietare l’ansia della meditazione e dell’indagine e di darle una conclusione che ne sia anche la verità, non consolatoria certamente, ma pure capace di rimettere un ordine, una misura, una chiarità là dove è l’oscura, tenace, infinita pena del mondo.
Urrasio scrive proprio per questo con un verso secco, lontano da ogni musicalità, tutto concentrato intorno alla definizione precisa della situazione esistenziale intorno a cui si svolge la meditazione. La vita è un’«avventura / di sguardi e di astri che si aprono / a picco sul dolore del mondo»: e la poesia, allora, tende a porsi come il resoconto nobilmente stoico del dolore del mondo, l’esito dello sguardo gettato fino al cuore della condizione di sofferenza e di passione dell’uomo. È una poesia che, appunto, tende alla definizione, alla sentenza, alla definizione concettuale, non al caso singolo, all’esemplificazione, al dato. In essa la scansione del pensiero si traduce immediatamente nella lenta solennità del verso. Proprio per questo il discorso di Urrasio parte dalla meditazione per giungere fino alla suprema e definitiva definizione concettuale: contiene, in altre parole, come un movimento progressivo, lento ma sicuro, dallo spunto iniziale verso l’attingimento del significato conclusivo.
I momenti più alti sono quelli in cui la meditazione si avvale delle grandi figure dell’allegoricità esistenziale: come la finzione dello spettacolo e del teatro quale immagine dell’esistenza sia dal punto di vista dell’attore, sia dalla parte dello spettatore in Alla ragazza del circo; come il naufragio dell’azione nel simbolo dei cortei e delle piazze colme di folla e la riduzione alla nuda solitudine in Dammi un tuo segno e in Anche tu sei un sopravvissuto; come la quotidianità dell’aroma di un caffe bevuto o della girata di un assegno come esempi allegorici di un’identità che si perde proprio in ciò che parrebbe essere più concreto e consueto, e allora il quadro semplice di esperienze di vita può allargarsi fino a contenere «zappe / e fuochi e gesti e simboli» che «si affollano nella carne / a rendere più vivo il dolore di tutti», in È bastato assai poco; come il passo della notte che indica il perdersi inesorabile nel labirinto che è il mondo e che è la storia in Forse già pensi di accendere. Altrove c’è lo scatto di una visionarietà cosmica al servizio della definizione del senso dell’esistenza, come in Ho navigato spazi e nebulose, che ha una conclusione di splendida e trepida speranza: «Di colpo ti spunta negli occhi / il verde dell’erba che tenta l’asfalto». Ci sono sì, infatti, come il tremore e l’ansia, in molti dei testi di Urrasio, di una possibile quiete, di un mondo diverso e nuovo al di là del dolore attuale: è il caso di Si aspetta ancora il messia, che ha l’alto fascino di una profezia che cerca nei segni del mondo l’immagine di un futuro di riscatto. Quando non c’è questa figura del futuro, ecco il discorso poetico di Urrasio tende alla scansione più netta di una tragicità, di irrimediabile dolore, come in Attentati, uno dei testi più puri di tutta la raccolta (e, in questo stesso
ambito, ricordo anche Ci è caduto di mano il nostro tempo, straziata e sconfortata dichiarazione di sconfitta, e A noi non fu concesso riposo, che si presenta come la severa meditazione su una generazione che si è perduta in una storia che nulla le ha concesso di bene, nessun vantaggio, nessuna possibilità, ma che, nonostante tutto, ancora spera «il sostegno di una mano» nel suo incespicare nel tempo ostile, e ancora si protende nel vuoto a cercarla perché «potrebbe essere la tua»).
I momenti in cui l’allegoricità si fa più complessa e più drammaticamente tesa a stabilire un indimenticabile messaggio di vita e di ragione sono quelli di Nella ipotesi della sera pisana, dove la stanza dell’albergo fornisce, con la sua asettica impersonalità, lo spazio per la meditazione sull’«atto d’amore che consumiamo / sull’orlo della follia / per riscoprirci eterni»; di E il DC 10 toccò terra, con la figura del viaggio che è l’esperienza della vita fuggevole e perduta come l’immagine femminile che compare per un attimo per poi svanire per sempre; di Spinto dal vento delle arcate, ancora con l’allegoria del viaggio, che viene rappresentata nel modo più completo e più ricco in Signori biglietto, dove si aggiunge anche la piega amara dell’ironia come conclusiva sigla della meditazione sull’errore, sullo scacco, sui disguidi dell’esistenza, dominata da forze estranee, ma anche continuamente e tenacemente il viaggio della vita è anche la ricerca e l’impegno a diventare «uomo vero tra la folla».

Giorgio Bárberi Squarotti

LA METAFORA DELLA PAROLA, 1990

MARIO SANSONE
Introduzione a La metafora della parola
(Tracce, 1990)

Alcuni anni fa, presentando un volumetto di versi di Michele Urrasio, osservavo che egli era libero da ogni atteggiamento di rivolta sociale (allora di gran moda!), e che chiuso entro l’orizzonte della sua vita, ma non estraneo agli uomini e alla loro sorte, egli sviluppava il suo canto negli affetti, nell’amore del paesaggio, nel senso attuale della vita, in una forma che si svolgeva originalmente entro l’esperienza poetica del tempo a lui contemporaneo, e che egli ritrovava immagini e cadenze sue proprie. Scavo interiore, ampliamento dell’orizzonte vitale e umano, sviluppo della forma: erano queste le promesse che la poesia di Urrasio consentiva fiduciosamente di attendere. Poi, posi in rilievo l’equilibrio sereno della sua visione del nostro destino. Egli avvertiva la pena del vivere, le incoerenze, le contraddizioni, le ingiustizie che sono nel nostro mondo e destino, ma manteneva un equilibrio singolare tra sé e la realtà. E non c’era dolore di cui egli non vedesse la possibilità di consolazione, e non c’era peccato di cui non vedesse la possibilità di redenzione. Una visione serena, ripeto, pur se velata di tristezza delle cose che spesso si liberava nella memoria o nel paesaggio.
Auspicavo dunque un approfondimento nel suo mondo interiore, un passaggio dall’io al tu (e il tu siamo tutti noi interlocutori ideali e creature infinite del mondo identico e molteplice), e il passaggio dalle suggestioni “realistiche” a forme più profonde di allusività e simbolicità.
Azzardavo (io che me ne sono sempre guardato, tanto conosco la libertà e la imprevedibilità della poesia) insieme con l’esortazione una fiduciosa previsione.
Sono passati molti anni (una quindicina, credo), e vedo ora che il mestiere di stregone si può qualche volta tentare. Urrasio ha battuto le vie che io, genericamente, (come noi lettori attenti possiamo) pronosticavo, ma con molta individuazione personale e con viva originalità.
Prima di tutto la “parola” che è lievitata nel simbolo, e il titolo stesso dice l’intenzione (intenzione poetica) dell’autore, la metafora delle parole, dove il senso è insieme soggettivo e oggettivo: è la metafora che sovrasta, aleggia sulla parola, e, ancora meglio, la metafora che è propria della parola: questo aleggiare della trama delle sillabe sulle cose, e trasportarle nella sola realtà possibile. La metafora e il cogito, è l’unico modo in cui le cose possono consistere e stare: e comunicare. Una trama di sillabe (come preferiscono dire i poeti) sembra avvolgere le cose ed è invece essa stessa le cose. La metafora è il solo tramite tra la realtà e noi, un tramite che è l’oggetto e riesce l’unica via per l’intelligenza di noi e dell’universo nel quale viviamo.
È questo il salto di qualità che questa raccolta rappresenta rispetto alle altre, non l’uso ma il possesso della metafora. Tutto si muta al tocco magico di questa fondamentale intuizione: il mondo esterno e l’interno, le cose e l’animo, il dolore e gli spazi astrali, le memorie e il silenzio.
In questa atmosfera, in questa nuova temperie formale (voglio dire della forma in senso desanctisiano) si sviluppano il viaggio dell’anima e l’occhio nuovo sopra le cose.
Ne ha fatto di strada il giovane e pensoso Urrasio di un tempo: ha scoperto dentro di sé il mondo, l’immensità che ci avvolge e ci unisce. Ne è nata una poesia singolare ed aperta alle innumerevoli forme della nostra esperienza. Urrasio ora si sente nella curva discendente degli anni: e il bilancio è magro, non tanto perché egli abbia mancato tanti appuntamenti, o abbia lasciato dileguare occasioni e propositi, quanto per una sorta di suo destino, fatto di silenzio, di inezia, di ansia.
La pena, la sofferenza che muovono da questa condizione sono tutte di natura intellettuale, e non nascono dal rifiuto o dal disprezzo del mondo, che è sempre avvertito come totalità di cui il poeta è parte. E perciò non c’è ribellione, non c’è disdegno. Urrasio sembra restare stupito di fronte a questo ritmo dell’universo; la pena lo porta alla soglia del mistero o al limite dell’abisso. Donde nasce il disordine del mondo? nasce da una forza che ci sovrasta o da noi stessi? Urrasio non si pone esplicitamente queste domande; contempla ed accetta, e sono le cose che lo attristano, non la ragione delle cose.
Ci sono due parole ricorrenti, simboliche della condizione d’animo del poeta: silenzio e ansia. E il silenzio non è tanto il tacere, la sospensione, la pausa vuota; il silenzio è l’impossibilità di dire, di partecipare, di tentare di capire; e l’ansia non è il tendere verso le impossibili rivelazioni, verso l’inattingibile, ma il desiderio di aprirsi, la volontà di vivere lo spettacolo del mondo e non oltre, il desiderio di soffrire questa nostra esperienza, ma senza interrogarlo: dire le cose, non indagare le forze oscure da cui derivano. E se l’«apatia» si accompagna o si sovrappone all’ansia è per la legge delle cose non per fiacchezza individuale. Resta la memoria:ma la memoria è qui più un desiderare che un possedere, conquista e angoscia, perché essa in realtà coordina il mondo e lo fa storia, e per l’uomo singolo è un deposito disponibile di temi e di spiegazioni, di attimi da evocare e ripossedere. E invece la storia, che in questa raccolta è di frequente evocata, è sempre attimo, balenio, senza possibilità di coordinazione, è come una freccia di luce che illumina e trafigge la mano e dilegua, o come l’acqua o la sabbia che corre tra le dita. Una definizione senza definizione: perché se si capisse, si squarcerebbe il velo e si troverebbe il varco.
Perciò dal libro non si leva una condanna cosmica, ma la rassegnazione e l’accettato dolore e il mistero: e il ritmo colloquiale del discorso poetico, e la dolcezza umana dell’offerta lirica.
Sopra questa pena due conforti solenni: la speranza di un nuovo approdo e questo “limio” e “balbettio” di parole. Ho accennato di sopra al fatto che la poesia giovanile di Urrasio si caratterizzava proprio perché non c’era in lui dolore senza consolazione. Qui, in quest’ultima raccolta, tale conforto diventa più raro, assai più raro, ma emerge tanto più quanto più profondo è il senso dell’abisso e del nulla. Le nuvole inquiete corrono diffuse nel cielo, poi si fanno nuvola compatta
e vanno verso la luce, e il poeta, rapito dalla sua stessa immagine esclama: «troveremo / a conforto un nuovo approdo?»; il girasole solitario straziato dalla pietra alle radici volge il suo occhio verso il
sole, ed è simbolo del desiderio mai sopito di attingere la verità.
Ma questi balenii insorgono rari, e se valgono ad approfondire in controluce il significato di una pena accettata, non riescono tuttavia a vincere l’accento generale del contesto e sono episodi che non valgono a dialettizzare la materia compatta del discorso.
È piuttosto l’altro, il conforto della parola a pervadere tutto il tessuto poematico: e questo “limio” delle sillabe, questo “balbettio” ostinato delle parole è insieme la singolare novità del libro.
Il nuovo stile di Urrasio si intravedeva anche nelle raccolte precedenti, e tutti abbiamo notato la sua feconda inventiva di immagini, ma qui il discorso è profondamente diverso. Certo la nuova conquista reca al suo fondo lo studio attentissimo della lingua poetica contemporanea da Ungaretti in poi, e l’acquisizione dei topoi propri del nostro tempo: ma acquisizione non vuol dire soggezione, e in Urrasio tutto rimane come disponibilità per il suo personale comunicare. Egli ha acquistato il gusto della parola preziosa e ricorrente, che rende più organica la composizione nella sua allusività, ha assimilato l’uso della pausa e dell’enjambement, la tenuta larga del discorso verso le conclusioni tagliate ed epigrammatiche, ma tutto questo gli è servito per diffondere con piena grazia nei suoi testi le immagini a lui docili e il gusto del paesaggio, dello scorcio, del colore. Sicché tutto dà il segno di una sapienza ritmica e compositiva, che è uno degli aspetti propri di questa raccolta.
Alla nuova sensibilità, alla più complessa meditazione sulla realtà, corrisponde il discorso nuovo. L’autore sa, ora, che il pensiero matura e lenisce la sua pena, ha scoperto pure che la parola, essa sola nella sua virtù metaforica, può istituire il solo rapporto possibile con l’universo e fissare l’incanto delle cose, il mistero, le nostre tristezze e le residue e sempre risorgenti speranze di approdo.
Leggiamo, ad apertura del libro, questa tristezza antica della perduta giovinezza, piena di furori, e l’ansia vitale che pur aspetta di rifiorire:
Quella dei furori accesi
al balenio del sangue sulla fronte
è memoria sepolta, stupore
di giorni dissolti nella lusinga
del silenzio. La storia è
lungo il vuoto dei muri,
nella geometria della foglia
strappata al ramo. Si insinua
l’ansia nel vano del petto
incerta: aspetta di rifiorire
al primo cenno del vento.
C’è qui pure la storia come mistero e occasionalità, e il balenio di quei “furori” vittoriniani che subito si inseriscono in un contesto autonomo. E c’è pure il ricordo dell’ansia e l’aspettativa del vento. Ma, per portare solo un altro esempio, il canto si addolcisce quando la pena si riflette e si ritrova nelle persone care, nella consorte, compagna consapevole e silenziosa di un comune itinerario di mestizia e di silenzio:
Vorrei rovesciare la mia clessidra:
ripercorrere i furori sepolti
nelle strade tentate senza uscita
. . .
Vorrei. Ma amo i silenzi,
\l’irregolarità delle tue mani
consunte dalle acque degli anni,
la trasparenza dei tuoi occhi
saraceni più fondi della notte.
Ed è sempre più mia la tua
rivolta sommessa, rassegnata
alla mia incapacità di renderti
diversa. Di renderti un’altra.
Qui la metafora è più trasparente ma non meno efficace, e fissa insieme questa nuova contrizione del poeta: la contrizione di non aver saputo dare altra vita alla sua compagna. Ritornano i “furori” e si dimensionano nel rimpianto e nella rivolta, mentre si scioglie ogni dissidio nella tenerezza di quelle mani consunte dalle acque degli anni.
Qui la metafora è trasfigurazione: e condensa in quegli occhi, nerissimi e profondi, la chiusa malinconia e rassegnata solidarietà di una pena consueta ed antica.
Un percorso incompiuto, dunque, una vita già in parte segnata e consumata, come vuole l’autore, ma pure sorretta da ansie e speranze, rassegnata ma senza rompere il faticoso itinerario, e, soprattutto, narrata dentro una medietà di tono che va dalla rabbia (solo fugace) alla confessione mite ma coraggiosa, contrita ma non vinta. E soprattutto avvolta in una rara felicità “metaforica”, non soprasenso, ma senso e realtà delle cose.
Metafora: nell’infuriare del “vento”, un ancoraggio sicuro.

Mario Sansone

POSTFAZIONE
GIUSEPPE DE MATTEIS
La metafora della parola, Postfazione, 1990

Credo sia necessario, giunti ormai alla settima raccolta di Michele Urrasio, riprendere il discorso che feci alcuni anni fa su un autore al quale mi legano non solo antichi e saldi vincoli d’amore per la comune terra d’origine (entrambi siamo nati e cresciuti ad Alberona, in provincia di Foggia) ma soprattutto la convinzione della straordinaria qualità di questa poesia che, attraverso una strenua passione di quasi un trentennio, sembra avere ritrovato risorse imprevedibili nell’ordine dell’approfondimento della verità: per questo appare ardua e richiede pazienza critica.
Non è sicuramente, infatti, con poche rapide battute che possiamo illuderci di delimitare un’area lirica che esige tempo e spazio molto più ampi e di riconoscere meglio quella che è stata e resta la funzione di Urrasio in una storia come quella della poesia pugliese (e nazionale in senso lato) del Novecento, così ricca di invenzioni e di soluzioni che superano di gran lunga il quadro particolare. Semmai va osservato che in quest’alveo Urrasio si è conquistato un posto importante, subito dopo i grandi della generazione cosiddetta ermetica e postermetica (Fallacara, Comi, Carrieri ed altri poeti dell’area salentina), scoprendo qualcosa che non era stato sufficientemente affrontato.
La metafora della parola si innesta direttamente sul tronco dell’ultima opera poetica di Urrasio, Il segmento dell’esistenza (Foggia, Bastogi, 1983, con prefazione di G. Bárberi Squarotti), mostrando una maggiore scioltezza che peraltro non tradisce l’intensità e a complessità di quel tipo di vocazione: ci sono ancora alcuni temi, alcune cadenze e ritmi che costituivano la grande novità di quel libro, ma si ha ora l’impressione di una maggiore trasparenza, di una più ricca libertà di movimento, e questo può essere facilmente spiegato e giustificato con il dato dell’urgenza, dell’ansia di fronte ad avvenimenti sempre più incalzanti che conducono quasi inevitabilmente alla catastrofe.
Si vuol dire, infondo, che l’attuale sua “ripresa” poetica ma anche i vari traguardi delle raccolte pubblicate in precedenza testimoniano di una tenace fedeltà vincolata alla ratio e ci mostrano un poeta ben saldo nelle sue certezze; egli, comunque, sembra essere i gran lunga più insidiato nelle sue speranze, più esposto, più ansioso, più turbato di fronte ai mille segni di sommovimento e di sconvolgimento del nostro tempo (poc’anzi abbiamo parlato, forse esagerando un po’ di catastrofe). Alla dissipazione drammatica dei nostri giorni egli contrappone l’esigenza di una sintassi lucidamente organizzata, in cui la parola si assesta nuda e certa, rispondendo anzitutto al bisogno d’impegnarsi, che equivale anche al suo contributo di certezza e di confronto.
Insomma, l’esigenza di chiarezza concettuale e morale, perseguitata per alcuni decenni con tanta caparbietà da Urrasio, si è tradotta e realizzata in chiarezza espressiva, definitivamente, in questa Metafora della parola: il poeta si è reso vigile contro ogni artificio formale e stilistico, mostrando amore per la frase intera e distesa, il verso modellato, il periodo ritmico compiuto.
Con questa operazione si comprende non solo il valore del messaggio di Urrasio ma anche il valore semantico della poesia in senso lato, suggerito proprio dal titolo, La metafora della parola appunto. Il linguaggio della poesia, si sa, si fonda, strutturalmente parlando, su un meccanismo dotato di una duplice azione: posizione dello scarto e sua successiva riduzione. Ciò che si infrange con tanta sistematicità nella poesia è solo il codice della comunicazione prosastica o del linguaggio ordinario, che i linguisti chiamano “denotativo”, opposto a quello “connotativo”, scaturito dalla soggettività e dall’affettività. La poesia segna la morte del linguaggio ordinario, per ricostruire col testo un universo di significati su un piano superiore, grazie all’intervento della pura soggettività e del suo principale strumento di manifestazione che è la “metafora”. Da qui si origina, secondo molti, l’improponibilità della poesia contemporanea sul piano dell’esplicazione logica. La semanticità della parola sarebbe come sospesa tra comprensione e incomprensione. Eppure la fede nella parola, in Urrasio come in tanti altri validi poeti del nostro Novecento, tesa a scavare dura e pesante come roccia ma, nello stesso tempo, capace di divenire incorporea e di innalzarsi, è costante ed infinita.
Non esiterei, per questo, sottolineare il carattere di “modernità” della poesia urrasiana, carattere che si palesa e si afferma già nelle prime raccolte ma che ora, in questa silloge della piena maturità, si impone all’attenzione di tutti, ché risulta essere libera da suggestioni ermetiche, che pure qua e là, specie nei suoi primi libri, erano sotterraneamente operanti.
In quest’ultima raccolta la ricerca linguistica di Urrasio corrisponde all’urgenza di una ricchezza interiore da esprimere, perciò egli rifiuta ogni scaltrita sottigliezza espressiva come ogni macerata reticenza e continua, con tono franco e convinto, a leggersi ininterrottamente, a conoscersi in ciò che il mondo gli offre; non è un caso che le sue meditazioni molte volte nascano come epiloghi essenziali dei suoi viaggi. Da qui scaturisce la riassuntività gnomica e pregnante di molti versi, che costituisce uno dei tratti caratteristici del tessuto poetico urrasiano.
Un risultato di misura esemplare sia sotto il profilo contenutistico che sotto quello formale è raggiunto nel poemetto di apertura al volume, Lungo rotte impossibili, dove tutti i motivi presenti nell’invenzione poetica di Urrasio compongono il sostrato di un discorso di solida struttura, in cui il realismo dei particolari si decanta nella sfumatura di toni estremamente rarefatti ma di piena trasparenza e godibilità per la lettura.
A confermare questa sua ansia di una sensibilità lirica e drammatica insieme non è solo il poemetto d’apertura, ma tutte le varie altre sezioni del libro che stiamo esaminando; soprattutto affiora, in una visione complessiva, l’intensità di una passione morale che illumina di sé, di volta in volta, la ricchezza del lessico, che si accompagna ala varietà dei timbri e dei toni.
Ma leggiamola tutt’intera questa raccolta, magari affidandoci alla cifra dell’insicurezza, al tentativo di voler chiarire, anzitutto a noi stessi, le ragioni sia di una struttura così bene organata e compatta sia l’asciuttezza e significatività del linguaggio che arriva fino al cuore. Leggiamola anche con l’idea di cogliervi i segni e gli indizi di un’ansietà che, senza intaccare le certezze, rende più franto, o più diviso, il discorso, moltiplicandone gli approcci e i versanti.
E, si badi bene, anche quando Urrasio sembra affascinato e conquiso da sollecitazioni occasionali, scalfendo così un po’ l’omogeneità del suo discorso, occorre, anche allora, recuperarlo lungo l’itinerario d’una intenzione organica ed occorre saper riconoscere la sua volontà di costruirsi secondo un continuum, una storia unitaria, che resta la sua conquista migliore e il segno più evidente, in questa Metafora della parola, della sua autenticità.
In tal senso diventa emblematica la serie iniziale di Lunghe rotte impossibili, come abbiamo poc’anzi notato, ma anche tutte le altre sezioni del libro (Il segno e l’enigma, Il respiro dell’arnia, La variegata monotonia, La filigrana del nulla, Occasioni razionali): tutto va letto distesamente, come un unico discorso per gradi e per capitoli, rispettando la disposizione del poeta a meditare, la sua pazienza di riflettere e di riflettersi; soprattutto è necessario disporsi a cogliere, dietro la già avvertita autunnale malinconia degli anni, dietro il rovello delle apprensioni individuali e storiche, una ostinata volontà di proporci soluzioni o ancoraggi di speranza, segno verace dell’umanità e della modernità di questo schivo cantore della Daunia.
Nel poemetto Lungo rotte impossibili Urrasio pare voglia suggerirci che la storia dell’uomo non si esaurisce nello spazio della sua esistenza, ma si rivela come il risultato del tempo che scandisce il respiro, l’ansia, l’aspirazione alla conquista di generazioni e generazioni, scrutate nel loro “fatale andare”: un itinerario di conquiste e di cadute, di errori e di ravvedimenti, di sogni e di speranze disattese; un itinerario che spesso, seguendo un disegno del tutto imprevedibile, ci porta lontani dal nostro mondo, dalle nostre origini, tanto da ritrovare il segno delle nostre radici proprio quando si è costretti a percorrere altre strade, a battere altri lidi.
Ma è proprio in questo peregrinare che scopriamo un’identità diacronica, la consapevolezza critica cioè d’essere uomini veri, che si fan carico di tutte le incertezze di quanti ci hanno preceduti lottando, per aprirci un varco su un domani migliore. Spesso questa lotta è risultata vana, per cui, sopraffatti da una sorte crudele (“… Nel groviglio delle dune cadde / il vento e i simboli abbattuti / si eressero – inutili barriere – ai nostri passi” – 1, I), fummo costretti a iniziare il nostro viaggio per evitare che il silenzio riempisse totalmente la nostra esistenza. E l’avventura inizia tra la fragilità del tempo, a volte tempestoso, a volte in agguato, e i lidi cui approdiamo, che si presentano come terre aride, poverissime, cariche di lunghi rimpianti, di una storia, in fondo, le cui istanze attendono ancora di essere risolte o di avere almeno una risposta confortante ed umana. In queste plaghe non siamo che numeri di comodo, sillabe vuote, che inspiegabili eventi avviluppano nelle magie di un disegno che mira al conforto, alla parità, ma che non raccoglie se non lutti, ingiustizie, proteste e scontenti.
Per ritrovare serenità – avverte ancora il poeta – non resta da fare altro che dimenticare, dissolvere nel nulla quanto di più caro riempie la nostra esistenza. Dobbiamo sforzarci di realizzare la nostra imperturbabilità, ma il desiderio di condensare in poche battute ciò che siamo stati (il colore degli occhi che inventarono il nostro destino, le mani che graffiarono i monti per rendere agevole il nostro cammino), torna dal fondo della coscienza cosmica a ripercorrere e a riaprire i nostri solchi, a ripetere le sillabe che rimbalzano dalle rughe del nostro satellite, per farsi nomi, stele, proiezioni nel futuro, speranze il più delle volte deluse (“… E noi / lucidi di pioggia e di silenzio, / aspettavamo le estati e il calore / la carezza e il perdono. / Invano.” – 3,I).
Rinnegarsi è impossibile, poiché si è costretti a misurarsi con il tempo, il cui rapporto, inversamente proporzionale al suo scorrere, dilata la nostra ricerca, le nostre aspirazioni, mentre affonda nelle “sabbie dei giorni” il profilo del nostro Promontorio, l’approdo sospirato, dopo il lungo vagabondare, nell’oceano delle età.
Spesso le nostre attese sono tradite e il silenzio torna a ingigantirsi nella memoria, nell’immaginazione, ma anche negli attimi vissuti con il fiato sospeso, con il timore di chi attende e non sa, di chi cerca e non trova (“… Oltre il giuoco / dell’orizzonte che celava di speranze / i nostri sguardi non riaffioravano / isole, né terre nella memoria” – 4,I). Silenzio soltanto o, peggio ancora, dubbio che non tarda ad insinuarsi, subdolo e discreto, nelle incertezze e nei fremiti della nostra solitudine, tra spiragli di luce, per ridurla ad ombra, a negazione di pur legittime aspirazioni e realizzazioni.
Al di là di ogni attesa non rimane che “un lungo richiamo”, pronto a rimontare le dimensioni del tempo, le tappe della nostra storia, a riservarci, in ultima analisi, quel grumo di speranza che accomuna età ed intelletti con l’intento di rendere sicuro il prosieguo del nostro viaggio: un viaggio appena intrapreso, sebbene scandito da precedenti millenni, interrotto solo da qualche sosta, per dare al poeta e ai suoi compagni il tempo di approdare allo scoglio dove tentare di vivere una nuova, ritentata avventura. Un momento di sosta, dunque, non del tutto riposante però. Qui la metafora di questa moderna odissea prende quota e lo scavo che il poeta fa nel proprio subcosciente diventa severo, più pretenzioso.
Ripercorso l’itinerario dell’entrotempo, Urrasio concentra la sua attenzione sul suo destino di uomo, sul senso della sua esistenza. Sa bene di aver perduto la coincidenza e di tentare “rotte impossibili”, ma accetta di affrontare ugualmente il proprio destino, vivendone fino in fondo gli scompensi e le asperità, per cercare di riannodare il filo esistenziale che “si era spezzato da tempo”. Soffre del suo presente il “mare di incertezze” nel quale è costretto a navigare, il “taglio dell’indifferenza” che caratterizza il modus vivendi attuale, cerca, con tutta la forza che gli resta, di difendere i valori in cui crede, di salvaguardare la propria identità dal rischio della dimenticanza e del disinteresse; per questo egli è costretto a seguire, ad inseguire anzi, “rotte impossibili”, itinerari che non danno la certezza dell’approdo, né promettono soste durature. Unico conforto è di attendere che “la verità misuri i nostri giorni”, che la luce fughi le ombre e i dubbi, illuminando di nuove certezze le scadenze cui si va incontro, senza timore di essere schiacciati dalla loro tragica realtà. Sono momenti, come si può notare, estremamente dolorosi, se il bilancio segna sempre cifre al passivo e se del nostro esistere non sopravvivono che i segni di uno sfacelo che annulla la dignità degli esseri umani e la proiezione del tempo aperto a nuove avventure.
Questa constatazione così amara (“Tralci di generazioni stellari / approdammo anche noi / al nostro scoglio, / ma non ci fu dato vivere” – 5,I) deve spingerci non certo ad abbandonare i remi o a deporre le armi, per attendere passivamente la spinta del vento liberatore, ma deve abituarci a lottare contro noi stessi e contro le avversità della vita, per farci ritrovare “rinnovati” dalla forza del nostro volere, dall’ardire di impugnare gli estremi “di un disegno crudele”.
Lungo rotte impossibili è un poemetto scavato nella memoria alla ricerca della propria dimensione, vista come summa di esperienze generazionali, come tralcio di silenzi stellari, come risultato di sofferenze che convergono nello spazio ristretto di ogni uomo, indicandone il paziente e il profeta; come accordo, infine, da cui si diramano altre uscite, ma dove, soprattutto, confluiscono “i solchi / tracciati a fatica lungo i nostri / monti”: solchi di ricerche, di analisi affannose, di barlumi colti ad ogni indizio, nella speranza che possano diventare fuochi, luce e certezza che “non tutto si scioglierà nel nulla”. Un “non tutto” che, pur attraverso la negazione e il fallimento dell’azione umana, vuole insegnarci a vivere e a lottare.
Ne Il segno e l’enigma, secondo “momento” di questa raccolta poetica, Urrasio è alla ricerca della verità, tenta cioè di conoscere se i suoi “segni” hanno un valore reale e se il colloquio aperto con il mondo può restare senza interlocutori. Mentre lo spazio e il tempo si restringono, il poeta si arricchisce di altre dimensioni: diventa il “prodotto di più vite”, in cui convergono gli affetti e le voci, gli echi e le proiezioni, le assenze e il desiderio di ritrovare il proprio equilibrio. Per semplificare questo concetto, basta esaminare solo qualche lirica.
In Quando il pensiero dell’eterno, ad esempio, il poeta sostiene chela vita allarga i propri confini quando tenta di proiettarsi nell’infinito e nell’eterno: le memorie si dissolvono e spazio a noi riservato si carica di interrogativi e di inquietudini che traspaiono nel “dubbio se l’entrotempo [il passato] e il dopo [il futuro] saranno ancora nostri”. Si insinua il desiderio della sopravvivenza che però presto si dilegua di fronte alla constatazione che il nostro viaggio è così labile da lasciare appena qualche scia che “rasentiamo da sempre, inosservati”.
Così anche nella poesia I segni più certi, dove Urrasio si auspica che le sue parola sopravvivano nel tempo, per quanto egli si renda conto che esse sono labili e incerte a confronto del “segni” che altri, ascrivono a loro favore. Il vivere per gli altri, come fanno le madri, riduce i versi “a fragili sillabe raccolte / a caso in un groviglio / di suoni indecifrabili”, minacciandone la sopravvivenza.
Il solo mezzo che può tenere in vita affetti e amicizie – aggiunge il poeta in Con il brusio delle sillabe – è il colloquio: la mancanza di comunicazione rende grigia la vita, accentua la solitudine, rende più profondo il solco che divide e spezza la solidarietà umana. In tale stato “nessuno colmerà / la solitudine che minaccia / le nostre ore” e persino le memorie più care e i volti più amati saranno testimonianza di un passato inutile, che facilmente si dileguerà nel nulla.
Soltanto oltre i termini della vita umana terrena – conclude Urrasio in Dove il tracciato della vita – potrà avere fine il nostro esilio, questa forza che ci spinge altrove, disperdendo ogni nostra energia e ogni nostro affetto: cadrà così per sempre anche l’agguato del dolore e sarà il poeta ad attendere, “dentro il respiro eterno”, che la sua razza, la sua generazione si ricompongano, quietando la sua ansia di dimensioni atemporali ed infinite.
Nel terzo “tempo” di questa raccolta, Il respiro dell’arnia, la riflessione del poeta è rivolta ai numerosi eventi che, inevitabili e sconcertanti, sconvolgono la vita umana. La partenza dei figli, l’assenza della persona amata, il ricordo delle dolcezze vissute suscitano ansie profonde, sentimenti insulti, che si caricano di significato allorché si dà uno sguardo al proprio passato per tracciarne un bilancio. L’ispirazione insegue il poeta che non fa fatica a fissare sulla carte le sue emozioni; difficile è stato semmai ordinarle, lasciarle decantare in un angolo, per evitare di non sceglierne l’essenza, quella parte cioè che sa diventare poesia, oltre che confidenza e lamento umani.
I ricordi si affollano alla mente e ci si accorge – dice Urrasio in L’ultimo accordo – che qualcosa ha spezzato “l’anello / che salda il nostro equilibrio”: si cerca di rivivere l’attimo, di rivedere l’ultima curva dove i binari, “le parallele del tempo”,hanno staccato da noi una parte di noi stessi.
C’è da osservare, inoltre, che il poeta vorrebbe distruggere a volte tutto il suo passato: da qui quel desiderio, così bene riassunto in Vorrei, di rivisitare la propria vita, evidenziando incertezze ed errori per il futuro. Pensando a ciò che si è e alle proprie capacità, ci si accorge che basta un attimo di raccoglimento e di silenzio per valutare tutto quanto si è avuto e chiudere in parità il proprio bilancio.
Da tutte le dolcezze vissute – conclude Urrasio in Dei tuoi abbandoni – resta soprattutto il ricordo che si acuisce nel silenzio e nella solitudine. Non c’è rifugio, infatti, che possa isolarci o che possa costituire come un riparo ai nostri affanni: anche le pareti diventano schermi, su cui tornano, prepotenti e severe, le immagini del passato (nella poesia immediatamente precedente Urrasio paragona la sua dimora a un’arnia, nella quale è costretto a muoversi in attesa che la sua, e la nostra anche, inquietudine si plachi e la sua voce diventi serena: “La nebbia discesa improvvisa / a cancellare il tuo volto, / ha disperso il respiro dell’arnia / dove raccogli paziente / il volgere dei tuoi giorni…” – Nei raggiri del vento). Sono pochi gli attimi di conforto e di distensione.
Purtroppo il nostro destino è di trascinarci, stanchi e delusi, tra volti che spesso ignorano la nostra pena: “… Una stanchezza infinita / si accompagna al mio lento / incedere tra volti / muti al richiamo del tempo” – Dei tuoi abbandoni.
L’insoddisfazione di essere testimoni impotenti del proprio tempo non tarda a trovare un’eco incisiva anche in un’altra lirica, Più non basta, in cui l’autore fa notare come le voci, i motivi e i ritorni che riscontriamo nei cicli delle stagioni, eternamente puntuali, non ci soddisfano più: eppure tante volte ci siamo stupiti e li abbiamo ammirati! Ora l’aria, il silenzio, il mutare delle primavere non appagano più le nostre esigenze e tendiamo lo sguardo al di là dello “spazio breve / delle cifre”. Ma vano è il nostro sforzo, dal momento che non è dato conoscere altro che le nostre misere storie: anche il futuro è protetto dal velo “dell’incerto” che grava, come lama tagliente, sulle nostre attese.
La variegata monotonia, quarto “tempo” di questa raccolta, comprende poesie che vanno dalla riflessione alla celebrazione di un evento, dalla constatazione suggerita dall’esperienza della vita al desiderio, mai completamente pago, di trovare compagni di viaggio. Una poesia dai toni “variegati” appunto. Non mancano versi in cui il poeta tenti di fare un bilancio della sua vita (In bilico, Che cosa posso ancora, La tenda sollevata) o cerchi di ritrovare la propria identità tra tanta incoerenza e inutili parole.
A darci la misura esatta del nostro sapere, della nostra cultura – osserva in La presunta certezza – è l’età matura; ma, a farci ricredere su questo, a farci intendere il valore reale della nostre parole e dei nostri gesti, basta la parola, disarmante e illuminante, di un bimbo: “La presunta certezza di sapere, / strappata a pochi titoli corrosi, / urta contro la tua disarmante / innocenza”.
In Che cosa posso ancora c’è, poi, il rimpianto di non potersi più stupire come un tempo, di non avere più i facili entusiasmi giovanili. Ora egli ha una visione più chiara, e dunque più amara, del mondo, ha una misura esatta degli eventi e delle cose (lo spazio si restringe, le illusioni cadono, i desideri si dissolvono “in un deserto d’aria”, dirà In bilico). Come per l‘agave, in lui resta ben saldo quel filo misterioso che lo lega agli affetti, alle radici: “… Non sopravvive che la generosità / del povero che cede / felice il suo nulla, / la trasparenza dell’oliva / matura, il gioco delle parole / inchiodato al travaglio della coesione”.
Anche il “furore”, la necessità di arrabbiarsi, il desiderio di gareggiare e di vincere appartengono al passato – insiste ancora il poeta in Quella dei furori accesi – e vengono “dissolti nella lusinga / del silenzio”, ché il presente incede con ben altre cadenze; ha interessi e inquietudini che ignorano le età e le memorie. L’ansia solamente sopravvive unitamente alla speranza di continuare a “rifiorire / al primo cenno del vento”.
La filigrana del nulla è una sezione in cui il poeta studia e misura se stesso attraverso motivi che lo riguardano non certo singolarmente, ma piuttosto come componente di una razza,come testimone del proprio tempo, come cellula di un organismo che cerca “altrove” o al di là dei propri confini una dimensione nuova. In questo fermento di tentativi, di deboli approcci, il poeta, quasi, per contrasto, trova la forza di confessare i propri timori, le proprie incertezze, di inseguire l’ansia di scandaglio dell’imprevedibile, pur sapendo bene che dietro il vetro opaco della vita non ci sono che ombre e ipotesi, difficilmente interpretabili.
In All’alt del semaforo guasto egli osserva che si è testimoni impotenti del proprio tempo, costretti registrare le assurdità e gli scompensi di un mondo, come quello attuale, che rivela incoscienza e superficialità (“… testimone inopportuno seguo / dagli spalti del tempo consumarsi / la foglia e l’uomo cedere / al peso della nostra incoscienza”). La nostra piccola cronaca trova agganci e conferme delle notizie che riempiono le prime pagine dei quotidiani, attenti a denunciare il sequestro della nave, gli scandali, le ingiustizie, ecc. Il poeta, a dispetto di tanto assurdo clamore, vorrebbe scrivere nel tempo il nome di chi soffre in silenzio e in silenzio vive la sua storia (“… Se potessi – ma non me n’è dato / privilegio – inciderei il tuo nome / nel silenzio: troppo dura / è la stele per essere scalfita / dal soffio lieve del nostro passaggio”).
L’attaccamento alla terra è uno dei motivi più fortemente sentiti da Urrasio; egli, però, non li limita alla stretta del ricordo o alla tematica ormai scontata e superata del meridionalismo tout court, ma ne comprende e ne decanta le ragioni di fondo, guardando all’uomo e ai suoi travagli, per scoprire meglio la propria identità.
In Il nostro altrove e in Cedere non era il nostro forte il poeta affronta con ferma voce poetica questo tema, sottolineando come l’amore dell’uomo per la propria terra è profondo; eppure il desiderio di scoprire spazi e mondi nuovi lo spinge a superare l’orizzonte e a proiettarsi nell’atmosfera: l’uomo vinse la forza di gravità, la paura, il disagio di non essere più padrone del proprio peso, del proprio corpo e vide franare la terra, oltre i confini del tempo, nel regno dei silenzi. Ma il nostro “male di vivere”, forte oltre ogni misura, ci riportò nei nostri “tratturi”, per farci riscoprire vivi tra tanti problemi e sofferenze.
L’occasionalità, auspicata vari anni fa da Mario Sansone per la poesia di Urrasio, si rivela in tutta la sua efficacia nell’ultima parte di questa raccolta, intitolata Occasioni razionali, dove compaiono poesie suggerite da immagini improvvise e inattesa (Si legga, ad esempio, Al girasole solitario, il cui “… occhio / rompe il crepitare dell’aria, / il battere monotono del silenzio”. Il girasole, nato per caso sui margini di un fosso o lungo un pendio, non è che l’immagine della solitudine che ci devasta: esso è anche un monito ad avere coraggio, a superare i momenti difficili, i punti morti, l’agguato della disperazione. Il suo tenace modo di cercare la luce è un invito a cogliere anche il più esile segno di speranza, per continuare a difendere le nostre origini, i nostri valori in un presente difficile e rissoso. Corre facile qui il pensiero all’uomo quasimodiano “trafitto da un raggio di sole” che riceve il privilegio dell’attimo fuggente di luce come un dono, senza tuttavia rincorrerlo; in Urrasio, invece, il girasole è costretto a volgersi quotidianamente su se stesso per appagare la sua sete di luce, che in questo caso va vista con un significato metaforico ben più ampio e profondo: quel bisogno equivale alla proiezione dell’uomo nel tempo nell’affannosa ricerca di una certezza, della propria ricerca esistenziale); dal ricordo che affiora alla mente dopo anni di assenza; dall’urgenza di esternare qualche considerazione da tempo maturata o di rendere omaggio a nomi che hanno segnato, in qualche modo, il nostro destino.
Sono versi, questi delle Occasioni razionali, che conservano una loro forza d’urto, ché sono scavati in interiore nomine, ché sono sofferti e selezionati e perché, alfine, sono stati scelti tra tanti altri che pure avrebbero avuto un loro motivo di essere.
Le orme del passero sulla neve – osserva il poeta in Il messaggio cuneiforme, fornendo così a se stesso un’occasione di canto e a noi un motivo di riflessione – riportano alla memoria inverni ormai trascorsi, sofferenze patite da uomini coraggiosi e tenaci, semplici e saggi, amati senza altri motivi che per la loro capacità di lottare e di tacere; ricordano, inoltre le stagioni trascorse con tracce indelebili, che sembrano ora riaffiorare dalla neve, il cui candore è l’unico segno che la vita continua, che l’esistenza non è memoria, anche se noi, scampati al naufragio, ci ritroviamo, smarriti e delusi, quasi stranieri in un mondo che non ci appartiene: “… Il candore / che riveste le ombre del mondo, / i nostri sogni, è il segno certo / della vita rapita alla memoria, / la calma scampata al naufragio / che ci sorprese smarriti / su altre rive”.
Nell’intrico dell’aria è annunciato l’arrivo della buona stagione, evento che, sempre, ci rallegra confortandoci. Esso diventa triste, acquista cadenze drammatiche solo quando l’uomo tenta di distruggere ciò che la natura vuole sottrarre alla morte: “… Sulle ali di un vento maligno / il volto minaccioso della nube / trafigge la nostra ebbrezza / con oscure ipotesi di morte.” (È evidente l’allusione al triste episodio di Chernobyl, avvenuto nella primavera del 1986).
Sono tutti questi elementi, di cui si è data qui una cospicua esemplificazione, che compongono il carattere di complessa modernità della poesia di Michele Urrasio, la cui inquieta spiritualità contiene sempre una problematica umana, un discorso fermo e chiaro, rivolto fraternamente a tutti.
Giuseppe De Matteis

Silenzio (lemma tra i più ricorrenti), sabbie, estenuate lusinghe, binari morti, o simulacri pietrificati che sbarrano il passo, e sillabe indecifrabili in un aggrovigliato alfabeto. Una waste land, dunque, esposta “al poco giorno e al gran cerchio d’ombra”. È in questione – resiste appena un esile respiro – la radice stessa dell’esistere.
Questo “lamento del prigioniero”, mentre l’inesorabile consumarsi dell’estate precipita nelle trame dell’autunno, è scandito da Michele Urrasio in un ritmo sapientemente governato, insieme, da fermezza e inquietudine, con forte capacità di evocazione metaforica e simbolica. È proprio questa magistrale sicurezza della scrittura che fa intravedere , per la poesia di Urrasio, un nuovo approdo oltre la terra desolata: perché forse “non tutto si scioglierà nel nulla. Non tutto”.
Mario Petrucciani
La metafora della parola, IV di copertina, 1990

L’INFINITA PAZIENZA E ALTRI POEMETTI, 1992

GIORGIO BÁRBERI SQUAROTTI
Prefazione a L’infinita pazienza
(Edizioni del Rosone, 1992)

Nel suo nuovo libro Michele Urrasio sceglie la struttura del poemetto, ampia, ben costruita, sapientemente dosata fra evocazione ancestrale, memoria, passione della vita e del tempo storico, avventura di ricerca delle origini e, in esse, del senso dell’essere. Non che venga meno l’essenzialità del linguaggio o che il discorso poetico si faccia narrativo: ma si avverte bene la novità della scelta di Urrasio, che è quella di chi ora vuole raccogliere e chiarire nella distensione del discorso il significato del tempo, della storia, della vita, e allora ecco che gli è necessaria una struttura che assecondi adeguatamente l’oltranza dell’indagine e la costruzione delle idee che la guidano. Il poemetto di Urrasio è, infatti, meditativo. Non racconta, ma appare come il risultato conclusivo della ricapitolazione delle esperienze compiute, colte non nei particolari o nell’autobiografia quanto piuttosto nelle testimonianze, che esse sono, del destino della presente generazione e, attraverso quello che di esemplare è in esso, di ogni destino umano attraverso i tempi, dalla memoria ancestrale alle situazioni che scandiscono inevitabilmente l’esistenza; e penso, a questo proposito, al bellissimo poemetto Nel visibile e oltre, e anche all’altro poemetto Lettere dall’Inferno, soprattutto alle due prime
parti, perché in entrambi mirabilmente vi è espressa la tragicità della condizione umana, nella luce di una serena commozione del dolore della vita che trascorre e si perde, ed è già grande privilegio poter rivendicare e riscattare dalla morte i francobolli delle lettere scambiate o il garofano selvatico spuntato dal miscuglio d’ossa e fango strappato alla terra.
Ma tutto il libro è sotto il segno della ricapitolazione del senso dello strazio, che ne è conseguenza, della meditazione del tempo; e il punto di vista ha la solennità, la sacralità, la quasi biblica scansione oracolare, di un giudizio ormai fuori dal tempo, postumo rispetto a ogni tempo. Deriva di qui l’originalità della nuova opera poetica di un autore così discreto, raro, ponderato quale è Urrasio. Si osservi la costruzione dei testi, che si regge su una progressiva sequenza di notizie alternate a meditazioni e pensieri, di memorie che hanno come riscontro l’aggallare della consapevolezza della tragicità intrinseca della condizione umana in tutto ciò che porta con sé, nel corso di tutta la vita. Il poemetto L’infinita pazienza, nelle prime tre sezioni, è una dimostrazione esemplare di tale ordine compositivo. Il verso, poi, è calcolatamente rallentato, fitto di affermazioni, commenti, giudizi, presso che privo di metafore e, in genere, di immagini, tutto raccolto com’è intorno alla densità del pensiero e alla fermezza del disegno di rimeditazione dell’esistenza e della condizione dell’uomo. Non per nulla Urrasio dice presso che sempre “noi”, non “io”. La sua è la poesia che reca, appunto, delle testimonianze della nostra generazione soltanto perché è possibile cogliere in esse ogni destino e ogni tempo, leggervi delusioni, strazi, desideri vani, aspirazioni deluse.
Penso a un altro poemetto esemplare, come Lungo rotte impossibili, che è la rinnovata e reinventata vicenda dell’ulissìde, il cui viaggio non è quello che si compie su mappe e rotte, diventate impossibili, ma quello che penetra nel cuore ed esplora la mente e cerca di definire conclusivamente il senso di quel viaggio che è, da sempre, metafora della vita, che naufraga «contro gli stipiti del nulla», cioè contro i tanti scacchi delle speranze, delle attese, di ogni immaginato futuro, onde non resta che aspettare «al riparo degli anni» le primavere di una terra che pure è «irta di ombre e di veleni». Nella nettezza precisa e ben scandita dei versi la poesia di Urrasio trova una sua assoluta verità fra sentenziosità e desolazione, entro la misura perfetta del poemetto. Nel riassorbimento di ogni lirismo nella lucidità del ripensamento e della ricapitolazione di idee e poesia sull’orlo della conclusione di un periodo storico e, al tempo stesso, di una concezione della letteratura, anzi, al di là di tale fine ormai accaduta ed evidente anche ai più ciechi, i poemetti di Urrasio possono essere assunti come punto di riferimento, collocato sul discrimine fra ciò che fu e ciò che ancora non è, per la situazione attuale della nostra poesia.

IL NODO CADUTO, 1999

EMERICO GIACHERY
Prefazione a Il nodo caduto
(Manni, 1999)

All’interprete che si accinge a dar corso all’avventura, talvolta non priva di attrattiva e di fascino, di esplorare un nuovo cosmo verbale («entrer dans une oeuvre c’est changer d’univers», sostiene Jaen Rousset), che ci sta innanzi come un’isola cui approdare o come una fortezza da espugnare, occorre spesso una sosta pensosa per studiare il punto di approdo, il possibile varco da cui sviluppare poi l’itinerario di conoscenza. Ogni opera richiede, di solito, una modalità di approccio particolare.
La carriera poetica di Michele Urrasio può vantare una ricca e consolidata tradizione interpretativa: saggi critici dovuti a un caro e venerato maestro come Mario Sansone, a Giuseppe De Matteis, che ha seguito con attenzione fraterna l’intero cammino, all’indimenticabile amico Francesco Di Gregorio; e inoltre una notevole quantità di articoli, recensioni, giudizi, studi diversi dovuti a una schiera di letterati illustri tra cui Sinisgalli, Betocchi, Volpicelli, Marti, Petrucciani,
Dell’Aquila, Vettori, Cassieri, Barberi Squarotti, Valli, Serricchio.
Orientamenti critici autorevoli e già elaborati non mancherebbero dunque a chi si trova innanzi all’ancora inedito volume Il nodo caduto. Ma Gianfranco Contini ebbe una volta ad affermare che può risultare proficuo porsi di fronte a un testo letterario come di fronte a un quadro adespoto da attribuire, ricavando dal solo testo, dalle modalità del suo “esserci” le possibili chiavi interpretative. A questo suggerimento cercherò di attenermi (senza peraltro dimenticare certe indicazioni di Sansone e De Matteis).
Come reperire la chiave pi adatta, che si attagli al senso totale del libro e alla specifica vocazione dell’interprete che con esso deve stabilire un rapporto empatico? Percorrendo il testo avanti e indietro, in modo che si senta il fruscio delle pagine, consigliava Leo Spitzer, sino a quando qualche elemento importante non si imponga alla nostra attenzione. Così, più o meno, ho cercato di fare, e alcuni segni forti mi si sono manifestati con evidenza.
Va subito detto che siamo in presenza di un libro notevolmente omogeneo per sicura e costante qualità di scrittura, unita di tono, coerenza di stile, per ben caratterizzata voce e musica riconoscibile in ogni pagina: unica sinfonia in più movimenti, dunque. Compatto canzoniere nel senso petrarchesco, tessuto di variazioni, riprese, continui e sottili approfondimenti tematici.
Una approssimativa concordanza, del tutto artigianale (cioè senza l’aiuto ormai invalso del computer), fa emergere una serie significativa di nuclei semantici essenziali e ricorrenti, di parole-chiave che costituiscono i punti di forza dell’universo immaginario e verbale che si esprime nella poesia di Urrasio. Tra i sostantivi più significativi il primo posto per frequenza sembra aspettare a silenzio, seguito da vento, tempo, sguardo, respiro, memoria, sillaba, ansia (con ansietà), e poi luce (parola iniziale del libro), ombra (con buio), stagione, nulla, e poi il plesso semantico che assomma in sé mistero-segreto-enigmaignoto-arcano, e ancora ramo, segno, abisso, attesa (che in un caso e
infinita). Tra gli aggettivi, significativa la frequenza di stanco e di remoto («le parole lontano, antico e simili sono poeticissime», annotava Leopardi).
I meri reperti dei lessemi che s’infoltiscono, s’intrecciano, a volte si combinano («silenzio delle tue sillabe», «il nostro sguardo smarrito nel nulla»), andrebbero comunque interpretati nel contesto,
caso per caso, dato che proprio nel contesto assumono valenze diverse. Occorre tener conto che la frequenza statistica è un indizio importante, ma non sempre probante. A volte, più che la semplice frequenza, conta la tipicità, come, in Urrasio, è il caso di arnia e alveare, che evocano «la consolazione degli affetti domestici», secondo De Matteis, oppure tralcio (termine, tra l’altro, in sé non immune da richiami evangelici), a volte adibito a generare immagini ardite e inedite, come «Fragili le foglie accusano / l’estate, affondano in tralci / di riposi astrali, di tempeste≫, oppure ≪l’azzurro / si sfalda in tralci di dolore», ma in altri casi, più tipici, rappresenta il sacro radicamento alle origini: «Lontano dal tralcio / non sono che immagine / vana», oppure «tralcio di una stirpe / tenace», oppure «La mia [voce], rifiorita, / dentro i tralci del tuo balbettare / sereno» (che è la voce di un nuovo nato che garantisce la continuità della famiglia e della vita).
Stagione dominante è l’autunno: il libro è una grande elegia autunnale, con rari sprazzi di primavera, la quale soprattutto è rappresentata dallo sbocciare di nuove vite. Movimenti prevalenti sono
(come in Montale) quelli discendenti ed entropici, in Urrasio evocati da sostantivi indicanti declino e discesa, come «il pendio dei giorni scoscesi», da verbi indicanti frana, sfaldamento, dispersione.
Prevalgono indizi di una realtà corrosa, disfatta («nubi disfatte», «dune in disarmo», «piazze in disarmo»), vulnerata, depauperata, avara («avare certezze»), stentata («qui la manna è impastata di stenti»); e segnali della privazione e dell’assenza («sogni senza approdo», «Alta / è l’erba sull’uscio della tua / assenza»), del perduto («luoghi perduti», «echi perduti», «perdute lontananze» e via dicendo), del vuoto («vuota è questa / pianura che accoglie / i nostri sospiri»); «Protesi alle rive perdute» è un verso emblematico. Gli ossimori più tipici hanno funzione di smorzamento, di dissolvenza: «gemito di voci senza suono», «il silenzio delle tue sillabe». E sillabe, si noti, è molto più frequente che parole, proprio perché le sillabe sono più esili, più lievi, sono meno che parole; e si tratta di “sillabe consunte”, “sillabe spente”, “sillabe taciute”, al limite del silenzio, sopraffatte dal silenzio, strappate al silenzio: «echi scampati a stento / al muro del tacere».
Già: il silenzio. Che si tratti di un lessema preponderante è tutt’altro che un fatto meramente statistico. Il silenzio avvolge il libro, lo penetra in ogni sua parte, ne scandisce i ritmi con le assidue
pause degli enjambements, mette la sordina ai suoni.
Dei quattro elementi, «hormones de l’imagination» (come li definiva Gaston Bachelard), quello aereo, rappresentato dal vento, è di gran lunga prevalente, quasi onnipresente. Si tratta, osservava Sansone, di un topos della poesia moderna, che rappresenta «il movimento stesso del mondo». Non per nulla il volume di Bachelard sull’elemento aereo, L’air et les songes ha come sottotitolo Essai sur l’imagination du mouvement. Ma si tratta di un segno più di altri polivalente. In Urrasio il vento non è pneuma suscitatore di vita come nel momento prescelto per inaugurare il lungo itinerario poetico montaliano: «Godi se il vento ch’entra nel pomario / vi rimena l’ondata della vita». In questo libro il vento appare piuttosto come inafferrabile, fondamentalmente entropico e centrifugo, vicino al silenzio più che alla voce. «Ma il vento ne portava le parole», scriveva Petrarca; e Urrasio «stanche / parole che svaniscono lievi / al primo brivido di vento». Nella parte finale del ricordato libro di Bachelard sull’immaginario letterario dell’elemento aereo, il motivo del vento è contiguo e in parte connesso a quello del respiro; e in questo libro di Urrasio vento e respiro sono contigui per frequenza e forse un’arcana affinità o corrispondenza li accosta. La contiguità statistica che collega sguardo e respiro sembra quasi segnalare una forte centralità dell’«umano» in due essenziali aspetti, l’apertura al mondo e l’interno ritmo vitale. La presenza così imponente del Tempo, orchestrata in una ricca costellazione lessicale e semantica, impregna un libro ansiosamente immerso nella temporalità, che risulta negativamente connotata sia come corrosione sia, nel senso contrario, come stagnazione e inerzia («Qui / tutto è fermo da secoli. / Immobile anche il tuo passo», «Immobile è il tempo≫, «declinano i giorni senza tempo»). Il superamento della temporalità è proiettato verso un’incerta, problematica terra promessa: «la nostra plaga è di là dal tempo, / dove potremo rifugiarci, riscattati». Lo spazio, invece, connotato per lo più positivamente, fa rare apparizioni: «si aprono spazi perduti≫, «lo spazio immenso delle tue attese», e infine, riferendosi alla ricchezza di vita arrecata da una creatura da poco venuta al mondo, «lo spazio che ci dai».
Lieviti, in ogni modo, di positività animano a tratti questo universo sommerso da segni di negatività, sospeso in un assurdo nulla, e possono suscitare “il prodigio del vivere”. All’entropia e al naufragio si oppone, come la montaliana Clizia, l’immagine amata, la messaggera dell’amore: «Dove il tempo naufraga / nel suo gorgo e disperde / del mondo ogni sembianza / tu risorgi serena». Questa moderna Beatrice può librarsi sulle ambagj di una condizione incerta e smarrita (nel libro compaiono parole come labirinto e dedalo), e porgere una chiave, rivelare un senso: «Ti levi alta / a offuscare lo splendore / di astri millenari. E nella fissità / del tuo sguardo racchiudi / il frutto nel suo seme: l’universo». Tra tanta ombra e tanto grigiore può dunque anche apparire una «luce che muta l’agguato / dei giorni in grumi di tenerezza».
Che posto ha, in un contesto come quello che traspare dall’insieme dei segni sinora riscontrati, la speranza? «L’avara mia speranza», scrive Montale in uno dei testi più alti di Ossi di seppia. E in questo libro di Urrasio «la speranza viaggia / con ali ferite e sbanda, incerta, / al variare degli eventi». Ma nei felici testi che concludono il cammino del libro, in presenza del miracolo della vita che si rinnova con la nascita di nuove creature care, ecco che diviene «meno incerto […] il nostro incedere / inesorabile verso il dubbio / dell’abisso senza fondo. Rimane / il tuo dito puntato alla speranza: / disarmante grazia che reclama / al risveglio un soffio di verità». (Ecco che la speranza si accompagna, rafforzandosi, a grazia e verità). Nella poesia conclusiva si trova un netto segno di metamorfosi positiva: «le croci fatte speranza». Così, nel concludersi, il libro sembra aprirsi a un orizzonte rappresentato dalla continua novità della vita nella sacralità degli affetti. E questo finale aprirsi è uno dei messaggi più intensi, certo il più consolante, che Il nodo caduto offre al lettore.

LE PIETRE CUSTODI, 2003

DONATO VALLI
Saggio introduttivo a Le pietre custodi
(Bastogi, 2003)

Poesia: Redenzione e Speranza

Le pietre custodi di Michele Urrasio è un libro-antologia, cioè un libro nel quale sono confluite liriche che appartengono a sillogi e a tempi diversi. Precisamente: Nel visibile e oltre del 1974; Il segmento dell’esistenza del 1983; La metafora della parola del 1990; Il nodo caduto del 1999. Tuttavia definire questo libro un’antologia nel senso proprio della parola non è concetto che corrisponda alla vera natura della raccolta, la quale, nonostante la diversità dei tempi di composizione delle singole liriche, presenta un aspetto di sostanziale unità ideologica e formale. È questa unità che consente una lettura omogenea, in stretto rapporto con le caratteristiche dell’intera opera di Urrasio, con quello che nei tempi trascorsi si sarebbe chiamato il suo mondo poetico.
Non è propriamente un’antologia anche per un’altra considerazione esterna alla natura e alla tipologia del libro. Infatti esso non è il risultato di una scelta operata dall’autore, e quindi manca di una intenzionalità costruttiva, nasce bensì da una selezione fatta dai lettori e dai critici; è un libro, insomma, che ha già avuto, in un certo senso, la sanzione del pubblico gradimento. In questo consistono la sua originalità e la sua importanza; le quali scaturiscono dal naturale e inconfutabile giudizio del tempo che ha agito da collante sulla reale rappresentatività culturale ed estetica dei componimenti. E se essi hanno retto, come pare che abbiano retto, all’onda delle mode e delle occasioni, significa che offrono un contributo di testimonianza oramai consolidata nel grande poliorama davvero pittoresco della poesia contemporanea. Si possono considerare, perché effettivamente lo sono, un affidabile caso di probante classicità nel movimentato panorama della letteratura italiana.
La prima osservazione che viene da fare a suffragio di un tale convincimento è la constatazione, peraltro abbastanza elementare, che il genere di poesia di Michele Urrasio non sfugge alla responsabilità di offrire una testimonianza di umanità insieme etica ed estetica, soggettiva e oggettiva, pur nel diffuso senso di inappagatezza, di malessere che è proprio della cultura novecentesca. E tuttavia tale condizione di insoddisfazione non induce l’autore ad attenuare l’empito intellettuale e psicologico della propria sofferenza fino a mortificare la funzione consolatoria delle parole e liberarle dal sinolo dei significati con conseguente privilegio dei puri valori formali e strutturali.
Il pericolo di imboccare la tangente dell’idillio romantico o dell’intimismo sognatore era reale; ma Urrasio non cede alle lusinghe della parola che brilla e non persuade. Il suo appiglio agli oggetti,
alla concretezza dei paesaggi fisici e interiori è di tale evidente lettura che induce a esorcizzare le suggestioni dell’astrattismo intellettualistico e delle involuzioni psicologiche. Tutto si risolve nella pregnanza significativa della parola-oggetto e non della parola-suono.
Basta aprire il libro e leggere la prima lirica che ci viene incontro, “Dove trema l’erba”:
Settembre porta ancora verde
ai miei monti nella chiara
distesa della sera: Espero
brilla già alto e tu
torni a sorprendere il mio cuore
su queste balze dove trema
l’erba e la quaglia lancia
sparuto il suo richiamo.
Nel solco dell’invisibile affondo
ora che sul fuoco stride
il granturco al vento obliquo
e la sera urta con mani
d’aria il mio volto di rame.
La prima cosa che colpisce è l’accumulo degli oggetti (settembre, Espero, l’erba, la quaglia, il fuoco, il granturco, la sera, ecc…) sui quali agiscono la ineffabile sorpresa di un’alterità umana (un amore? un affetto?) e la struggente tensione dell’invisibile: si percepisce il tremore dell’assenza, immerso però nella concretezza di un tempo e di un luogo precisi, tesi a certificare e non a cancellare il richiamo dell’invisibile. Questo affidarsi al nome degli oggetti è così fitto e intenso da lasciare poco spazio alle loro qualità, cioè a quegli ornamenti del linguaggio che sono gli aggettivi; i quali infatti perdono la loro funzione di ridondanza verbale per assumerne una spiccatamente connotativa e nettamente autosignificante ( chiara distesa, sparuto richiamo, vento obliquo).
Si comprende allora come la suddetta funzione nominale delle parole non possa ascriversi all’ambito di una semplicistica descrizione di paesaggi e di situazioni, ma suggerisce essa stessa la misura di una conoscenza possibile solo attraverso le categorie di uno spazio e di un tempo interiorizzati, il poeta legge nell’universo delle cose gli inquieti presagi dell’imponderabile, il quale è tale non per definizione ma per segrete corrispondenze di dati reali, organizzati in una sensibile rete di segni e di rinvii. Insomma Urrasio trascende l’analogismo montaliano del “correlativo oggettivo” e preferisce ripercorrere gli affannosi tratturi che collegano il dato con l’evento, il certo col possibile, il concreto con l’invisibile.
È questo che consente al poeta di trasformare i paesaggi in visioni, le comuni occasioni dell’esistenza in nuclei di pensieri; e questi in linguaggio; e il linguaggio in poesia. Si pensi alla semplicità con la quale questi passaggi avvengono, alla naturalezza con la quale un discorso apparentemente comune, ordinario, apra insondabili spiragli di profondità misteriose e accentui i richiami di realtà immaginate ma perfettamente somatizzate nella fisicità degli oggetti e di un linguaggio divenuto arcano creatore di suggestioni impreviste, di dolcezze desiderate, di terre sconosciute. Emblematiche di questi processi di trasfigurazione poetica le due liriche Signori biglietto e Lettere dall’inferno, entrambe riprese dalla raccolta Il segmento dell’esistenza del 1983.
Ma lo spazio cronologico in cui Urrasio raggiunge la piena consapevolezza della contiguità tra la realtà e il mondo di inconsistenza intuitiva che la circonda è quello che coincide con l’ultima raccolta, Il nodo caduto, nella quale la meditazione lirica assume quasi una funzione metapoetica. Il “nodo caduto” appartiene alla cieca imposta che oscura i vetri delle finestre dell’antico quartiere di San Martino, dove il poeta ha vissuto la propria infanzia. Dal vuoto lasciato dalla caduta del nodo filtra un raggio di sole che illumina il nulla della chiusa stanza. Allora emergono dal gorgo della memoria resuscitata non solo le date di una biografia personale, ma i sussulti, i tremori, le persistenze d’una coscienza rischiarata dai barlumi dei segni salvati dal naufragio; rivive la storia del passato nella sua somma di universalità e di particolarità, di tempo e di eterno. Tutto allora viene risillabato con nostalgia di paradisi perduti oscurati dal lungo silenzio. E così la parola ricompone il ciclo della vita numerando uno per uno gli oggetti del paesaggio, unica fonte di certezza e di salvazione.
Proprio per questo, nonostante il fascino dell’incompiuto e dell’assenza renda sempre inquieto il cuore del poeta, si può affermare che la collocazione storico-culturale dell’opera di Urrasio avviene
nell’ambito della tradizione letteraria propria della cosiddetta poetica degli oggetti rappresentata da Montale, piuttosto che nell’ambito della ungarettiana poetica della parola, della quale pure sono riscontrabili suggestioni e richiami non irrilevanti. Inerti riporti mnemonici montaliani sono i ricordi dei rami del noce sopra i ponti (Forse non ricordi) rafforzati dall’ambigua insistenza pronominale del “tu” («Tu non ricordi la casa dei doganieri», Montale); il segno della mano incerta che indica «il punto dell’approdo» (Nel visibile e oltre, II; «Con un segno / della mano additavi all’altra sponda / invisibile la tua patria vera», Dora Markus di Montale); la chiarità degli occhi che si disfa in bruma (Dove gli Ernici; «Si disfa un cumulo di strame», Notizie dall’Amiata di Montale); il «lamento del prigioniero / trafitto alla sua immobilità» (In bilico; Il lamento del prigioniero della Bufera montaliana incrocia il «delirio d’immobilità» di Arsenio negli Ossi).
Riporti mnemonici, si diceva; ma inseriti in un contesto culturale nettamente differenziato, che consente a Urrasio di connotare la sua pena dell’esistenza soprattutto come scarto tra il mondo della
perfezione, di cui il poeta intravede sfuggenti ma sicuri segni, e il mondo della cronaca quotidiana, o piuttosto della storia umana, che vive lo struggente bisogno di quella intravista completezza dell’essere. L’eterno e l’infinito si frantumano nel peso del tempo e il poeta sente lo strazio di questa rottura. L’uomo non è che ≪la somma di anni / luce, la polvere dei millenni / che si sgretolarono nei nostri / sguardi con brusio di vento: / avvertiamo alle spalle il vuoto / dei pianeti, il silenzio / stellare che torna a crepitare / puntuale sulla nostra vicenda≫ (Il tutto il nulla). Tra questa incolmabile forbice che separa il tutto dal nulla, l’eterno dall’istante, l’invisibile dal visibile, trascorre la vita dell’uomo il quale avverte dentro di sé la memoria dei millenni e soffre la morsa soffocante del tempo. La storia appare come puro contenitore del vuoto, nel quale si salva solo l’inerzia delle cose inanimate, anch’esse destinate a conoscere lo scacco dell’inaridimento perché strappate con dolore dal tempo dell’essenza primigenia:

La storia è
lungo il vuoto dei muri,
nella geometria della foglia
strappata al ramo…
(Quella dei furori accesi)
La foglia vibrante di vento metafisico è segno dell’infinito che ci sovrasta; l’esile striscia di azzurro che s’apre nella minaccia della bufera è anch’essa un segno che alimenta speranza; la certezza del vero è tutta racchiusa nell’«ultimo frammento di ginestra» che dialoga col vento (Dialogo). Compito del poeta è quello di cogliere questi segni, di non smarrirne il filo che li lega al profondo della memoria cosmica nella quale baluginano barlumi di certezze. Noi non ne siamo pienamente consapevoli, ci scuotono un sussulto, una sorpresa, un trasalimento di cui spesso non conosciamo la causa. Tutta la poesia di Urrasio, soprattutto quella del primo tempo, è pervasa da questa atmosfera di sospensione e quasi percorsa dall’attesa dell’evento.
Ed è proprio qui, in questa intermittente epifania di barlumi improvvisi, generati dalle situazioni, dagli accadimenti, dagli oggetti comuni, è proprio qui che il poeta coglie quei particolari abbandoni dell’io che sono i naufragi del cuore, una presenza discreta, sottile fatta di sentimenti terreni: affetti, amori, delusioni, tristezze di persone perdute, fiducia di nuove vite nel cerchio sacrale del domestico lare. Naufragio del cuore è sintagma ricorrente, con una allusione non tanto sopita alla condizione di momentanee dolcezze e di ilari tristezze che sono proprie del mondo poetico di Leopardi e di Ungaretti.
Eppure nella raccolta La metafora della parola del 1990 l’orizzonte sembra incupirsi e la poesia, in certo qual modo, ideologizzarsi in una direzione che rimarca in forme più decise il bisogno di certezze e l’incombenza drammatica del nulla. Si tratta di un atteggiamento più soggettivo e personale che cosmico; un atteggiamento che riprende sensazioni che erano apparse già nelle prime prove di Urrasio, il quale non ha mai nascosto la sua sofferenza nei riguardi di un mondo non accettato né condiviso. Ricordiamo che già nella lirica Signori biglietto aveva annunciato la sua estraneità nei confronti del mondo, allorché aveva tratto la seguente conclusione: «forse non era questo il mio treno».
È un sentimento comune a molti poeti, e in particolare a quelli che hanno patito la dismisura esistente tra l’idea e la realtà. Anche Rebora, per es., aveva affermato di avere sbagliato pianeta. La verità è che la poesia del Novecento in genere ha denunciato in diverse forme il “male di vivere”; o meglio, ha preso coscienza di una storia fatta più di errori che di giustizia, più di non senso che di fede.
Eppure bisogna dire, a scanso di nichilistiche deduzioni, che la poesia di Urrasio non ispira un senso di disperazione. La fiducia non viene dalla cronaca del quotidiano, ma dall’esistenza di valori che sorvegliano la parabola tracciata dalla storia. Emblema di questa fiducia è proprio il sintagma che forma il titolo del libro. Le “pietre custodi” sono quelle che emergono dal terreno; esse hanno radici nella profondità del suolo che conserva la nostra più vera umanità: simulacri di tombe i cui messaggi ispirano foscolianamente sentimenti di pietà ordinati a proteggere il senso di appartenenza che va oltre i limiti del tempo e dei giorni.
La prima lirica de La metafora della parola, senza titolo, è indicativa a proposito: la scoperta di una tomba antica fa ripercorrere al poeta l’intera storia dell’umanità, dalla creazione dell’uomo fino
ai nostri giorni. Per quanto questo cammino possa sembrare, ed in effetti è, alquanto difficile e faticoso, tuttavia a governarlo è una sorta di scoperta continua del dolore e dello sgomento di fronte al mistero, al naufragio, ai silenzi; è una scoperta, perché implica un continuo nascere alla vita, sia pure sotto forma di lotte, di sofferenze, di sconfitte: ma sono queste sconfitte a divenire testimonianze e documento di vita.
Non si scopre nulla di nuovo se si dice che questa è una caratteristica precipua della poesia meridionale. Non mi riferisco tanto al culto dei defunti, portatori d’una vita che continua oltre il sonno
della morte, quanto al senso della vita stessa come continuità della morte, come storia che si nutre della linfa del passato e ne perpetua la spirituale e provvidenziale identità.
Questo culto, questa memoria sono essi stessi una consolazione. Giustamente Mario Sansone ha rintracciato nell’opera di Urrasio altre due forme di consolazione: la parola come confessione, elevazione, liberazione, e la intimità della famiglia.
Non vorrei, tuttavia, che sorgesse un equivoco sul termine “consolazione”; non vorrei, cioè, che si ingenerasse il dubbio che la poesia di Urrasio rientri nel perimetro di quella guisa espressiva contro cui Vittorini aveva lanciato il suo anatema in anni ormai lontani. La consolazione di cui si parla è anzitutto un atto di denuncia, cioè la consapevolezza dell’esistenza ineliminabile del male. Ad esso l’uomo può opporre non una eguale e contraria energia d’intellettuale estrazione, bensì la prassi concreta di valori solidificati dalla storia attraverso le ragioni del cuore. A questo proposito c’è tutta l’ultima sezione del libro che è istruttiva. La visita a San Martino e la scoperta del nodo caduto aprono uno spiraglio di luce: le ragioni della piccola patria dell’anima s’intersecano con quelle del racconto, con le sillabe che lo compongono e che rompono l’agghiacciante destino di incomunicabilità:
E le sillabe,
gocce d’aria, recano balsamo
al tuo tormento e luce.
(E le sillabe)
Il linguaggio, dunque: in Urrasio la ≪storta sillaba e secca come un ramo≫ di montaliana memoria si arricchisce della prospettiva di una salvifica meditazione. Il nostro linguaggio non è che un singhiozzo rispetto all’armonia totalizzante dell’universo. Anche in questo caso il confronto non va fatto tra la sillaba e il silenzio, ma tra essa e la pienezza del linguaggio, del quale le nostre imperfette parole non sono che l’eco attutita. Lo spazio che intercorre tra il sospiro del poeta e il silenzio è colmato dalla visione (e dall’amore) della terra natia, dei suoi contadini, delle sue contrade: («l’uomo curvo sulle zolle», in Cavalcando verdi canne; quello che «sull’aia / ventilava il grano», in Ancora estate; «le radici del Tavoliere, / la miseria, il suo abbandono», in Da madre giusta, cioè la Puglia; i «muri / di calce corrosi da mali antichi / annidati nelle mani degli uomini», i paesi del Sud, in Isole di pietre vive; la nostra miseria visitata dal sole attraverso il nodo caduto della porta, in San Martino). Quanta pietosa consolazione in quelle fatiche, in quelle radici antiche, in quei muri di calce, in quel paese desolato!
E sullo sfondo l’umanità più vicina: il padre, la madre, i volti di tutti coloro che più non sono, la presenza inquieta della moglie, la promessa di vita dei nipoti. Tutta la nostalgia di felicità perdute, tutto il turbamento esistenziale, tutta la paura dell’ignoto e l’oppressione del mistero acuiscono in Urrasio il sentimento della solidarietà regionale e larica attraverso la conquista dolorosa, ma ferma ed eroica, dolce e malinconica, dell’unica vera chiave di redenzione e di speranza che è la poesia.

TEMPO SENZA TEMPO, 2005

FRANCESCO ZERRILLO
Prefazione a Tempo senza tempo
(Bastogi, 2005)

Caro Michele,
ti sono grato, perché mi hai dato a leggere in anteprima le tue poesie religiosamente ispirate. Ti sono grato, non solo per le luci che hai donato alla mia meditazione, ma perché mi hai permesso di entrare nella tua anima, di sostare con te, di gioire con te, di percorrere con te gli spazi, vasti e brevi insieme, che ci conducono a Dio.
Queste tue poesie sovrabbondano di silenzio. Proprio questa parola è quella che torna più frequentemente; è presente quasi in tutte le poesie. È il silenzio dell’anima che è chiamata a raccogliersi, a percepirsi, ad ascoltarsi, a cogliere nella parola maturata dal cuore l’eco della Parola di Dio. È il silenzio di Dio, che però è pieno di eloquenza, perché attira, illumina, svela il senso della vita e delle cose. Il silenzio di Dio è addirittura un «urlo»: così, infatti, lo percepisci nella poesia, Ho ricevuto il tuo pane: Tu, o Dio,
Eri in quegli occhi docili
di animale ferito, in quelle
brevi sillabe strappate
all’urlo del silenzio.
Questa parola mi riporta ad una espressione mistica di S. Agostino: «Ipse [Dio] intus in te tacito clamore docet!»
Questo silenzio di Dio ti attira particolarmente, ti avvolge e ti penetra, è per te invito alla contemplazione e principio di gioia spirituale. In questo silenzio il tuo spirito si fa voce e parola e canto; ma puoi appena balbettare con Dio, mentre rimani sorpreso e afferrato anche da una semplice “sillaba di Lui”.
Così, infatti, dici nei versi di Con accento muto:
Troppo lieve la mia voce
per parlarti a lungo…

Ma vivo nelle tue cose:
nella nuvola che apre
il ramo al canto nuovo…

Eppure parlo a Te con accento muto.
E mi dissolvo nei tuoi silenzi.
Ma basta una sillaba, il sentore
di un tuo segno, e la mia pena
è azzurro soffio d’aria.
Il Silenzio di Dio incontra e favorisce il nostro silenzio: per riflettere, per ammirare, per adorare. Così, in silenziosa simbiosi con Dio, la tua poesia si fa ascolto e si fa preghiera.
Ogni uomo trova in questa contemplazione quasi il tocco di Dio: si sente raggiunto dalla tenerezza di Lui, sperimenta l’inizio di quella felicità che il cristiano spera quale futuro eterno destino.
E qui potremmo anche sostare, come desiderava S. Pietro, sul monte Tabor, dopo aver guardato Cristo trasfigurato: «Signore, è bello per noi restare qui…» (Lc. 9, 33). Ma l’uomo, sulla terra, rimane pellegrino; deve ogni giorno riprendere il cammino e cercare, e conquistare, e trovare.
Ed è quanto, caro Michele, tu dici stupendamente nella poesia, Nomade del pensiero:
Ho viaggiato, nomade del pensiero,
lungo costellazioni, deserti assolati…

Ho rincorso negli abissi dell’aria…

Ignoravo che navighi nel mio
petto, e peni spingendo
il mio relitto all’abbraccio
di un approdo sicuro.

Il mio sconforto è la tua casa.
Il poeta, come il filosofo, cerca la verità e la felicità, cerca Dio. Lo spazio di Dio e innanzitutto nella profondità del cuore, come diceva S. Bernardo: “Se vuoi trovare Dio non ti è necessario valicare i monti e salpare i mari; devi scendere piuttosto nelle profondità del tuo spirito: là tu lo troverai”. (Citazione libera).
Tutto il mondo però è luogo di Dio e messaggero del suo amore. La voce dell’Amore increato risuona finanche dalle “foglie”. Infatti,
Dallo sciame delle foglie
piove la tua voce…

Scendi con passo lieve.
E rivivi nell’uomo che affonda
deluso nel lago delle sue
incertezze…
(La corsa negata)
Dio si manifesta ed effonde il suo amore nella creazione del mondo, al cui vertice sta l’uomo. Questo mondo e, soprattutto, l’uomo costituiscono lo “stupore” di Dio. Nella tua poesia Per donarci il tuo stupore si coglie l’eco delle parole della Genesi: «E vide Dio tutto quello che aveva fatto, ed ecco, era molto buono». (Gen. 1, 31)
In questa poesia tu ci offri appena un guizzo di una verità più grande: Dio che ha fatto l’uomo e si è stupito, si è fatto lui stesso uomo e ci ha stupiti e resi grati per sempre.
… E pago del tuo
tutto, hai rivestito di Te
le nostre umili cose…
Hai sofferto la solitudine
e il silenzio. Ma ora il tuo
stupore riposa nel guscio
delle nostre mani che serra,
attonito, i battiti
del tuo concepimento.
Ed è tanto vero, il “guscio” che accoglie la nascita di Dio nella storia è la nostra umanità: nel grembo dell’Immacolata, il verbo di Dio creatore si fa carne e pone così la sua tenda in mezzo a noi (v. Gv. 1, 14)
Tutto nel mondo parla di questo Dio innamorato dell’uomo, perché
Nel filo d’erba che sbanda
al vento è la tua tenerezza:
freme la pazienza nello sguardo
dell’agnello pronto
al sacrificio, e la rassegnazione
cede all’ultimo soffio di luce
che invoca il suo riposo.
(ibidem)
Il continuo passaggio di Dio nella sua creazione ritorna più volte nelle tue poesie. Non posso non citare la più incalzante, Anche le pietre:
Anche le pietre hanno
il tuo respiro, o Signore.
E il silenzio è il fragore
della tua voce
che scava negli abissi.

Senza suono il tuo passo.

Ma tuo, tuo soltanto,
è il battere della foglia
prigioniera del ramo,
il tepore del sorriso
sulle labbra mute,
lo scroscio della pioggia
sulla terra riarsa…
Ho riportato quasi per intero questa tua poesia che esprime con forza soave la tua religiosità. In essa il silenzio e la voce di Dio si inanellano nei suoni e nei colori del mondo creato, mentre tu ti fai
ascolto ed eco, contemplando e pregando.
Caro Michele, il Poeta è veramente colui che si fa bulinare lo spirito dalle voci che percepisce nel silenzio; è l’uomo ferito dalla luce; è l’uomo che si fa parola e si fa dono. Il Poeta ascolta le voci che percorrono gli spazi esterni e interni dell’anima: le capta, le interpreta, le traduce, le proclama.
Queste poesie mi hanno rivelato la misura della tua ispirazione e mi hanno svelato la tua ricca e matura umanità. In esse si spinge alto il pensiero; in esse freme l’emozione; in esse risuona il sopravvento dello stupore: stupore di un dono di luce, stupore del senso ritrovato, là dove sembrava rimanesse irremovibile l’insignificanza.
Il volto umano svelato dalle tue poesie dice il fanciullo che è in te, che interroga e che ascolta le cose; rivela l’uomo responsabile dinanzi alla verità, che è sempre oggettiva, che è fuori di noi e che è per noi. La verità che tu cerchi è anche bellezza e felicità, è Dio che va incontro a coloro che lo cercano.
Nella luce di questa verità tu ti senti piccolo, ma con la vocazione della grandezza. In questa luce tu ti fai preghiera. Con questa luce vai incontro agli altri uomini. Gli altri uomini tutti, a cominciare dai più vicini, hanno bisogno di luce, devono poter trovare sentieri già percorsi e devono coltivare la speranza. In virtù di questa luce, il poeta è anche “vate”, come è chiamato talvolta con una certa enfasi. Egli è il profeta che proclama ragioni di speranza per tutti.
Queste tue poesie sono veramente ragioni di speranza, perché aiutano a scoprire il senso della vita e rassicurano che non si è mai soli nella gioia e mai soli si è nel dolore.

GIUSEPPE DE MATTEIS
Presentazione di Tempo senza tempo
(Bastogi, 2005)

Michele Urrasio è noto ormai nel panorama della poesia pugliese e nazionale contemporanea. Egli esordì, come molti ricorderanno, nel lontano 1965 con una piccola graziosa silloge, Fibra su fibra (Foggia, Editrice Leone), introdotta dal sottoscritto, a cui sono seguite poi, fino a qualche anno addietro, ben dieci raccolte poetiche, con prefazioni e studi a firma di Mario Sansone, Tommaso Fiore, Giorgio Bárberi Squarotti, Emerico Giachery, Carlo Bo, Donato Valli, Andrea Battistini, Mario Marti, Renato Filippelli, Leonardo Sinisgalli, Carlo Betocchi, Mario Petrucciani, Michele Dell’Aquila, Luigi Volpicelli, Elio Filippo Accocca, Nino Palumbo, Nino Casiglio, Giuliano Manacorda, Felice Del Beccaro, Francesco Di Gregorio, Francesco D’Episcopo, Vittorio Vettori, Maria Marcone, Ugo Reale, Giorgio Saponaro, Pasquale Soccio, ed altri.
Con questa nuova silloge, dal titolo suggestivo, Tempo senza tempo, Urrasio si ripresenta oggi al pubblico dei lettori e della critica in una veste “inedita”, con un taglio esistenziale che sconfina nell’ispirazione religiosa, pur restando fedele alla qualità originaria del suo amore per la parola; amore, bisogna riconoscerlo fatto di limpidità e sobrietà espressive, forte nel sentire ma privo di ogni dispersività sentimentale.
Qui dove in versi frantumo
i miei giorni alita
nel silenzio il tuo respiro.
Remoto è il segno delle mani
che inseguirono tralci di stelle.
(Qui)
E ancora:

Non ha che esili rivoli
di verde la grande pianura
della mia terra e un filo di montagne
remote nella memoria.
Ho respirato qui i primi
amori, l’ansia di rincorrerti
nell’ignoto al fascino-richiamo
dell’avventura. Ho goduto
la ricchezza della povertà,
i l privilegio di vivere…
(La grande pianura)
L’accorata e spesso struggente meditazione sulla propria giornata e sul giornaliero dell’esistenza, le immagini coltivate nello scrigno della memoria, lo splendido paesaggio pugliese negli ulivi e nel mare, la costante della luce sulle spiagge e sui dirupi sembrano farsi emblema di bellezza e quasi figurazione di un altro cielo, quello che riesce a congiungere tutti gli orizzonti.
Ha sapore di pane la spiga
che sulla tavola vuota
accende gli occhi di speranza:
sostegno alla fronte
solcata dalla fatica del vivere,
àncora di conforto per chi
cerca l’eterno nel cuore del naufragio.

Vibra nella sua arnia il sogno
delle stagioni: il sorriso delle stelle
nelle notti di attesa, il passaggio
della luna nelle rughe del tempo.
(La spiga)
Ogni occasione di poesia, anche questa, sottintende in Urrasio una sorta di rapporto totalizzante, ultimativo, di straordinaria intensità. Si tratta di un parto poetico che si nutre di fede e di speranza, le due componenti fondamentali già acutamente individuate e messe in luce da Sua Eccellenza Francesco Zerrillo nella Prefazione al volume; un’avventura che non cambia per nessuna ragione il proprio termine, poiché le memorie della giovinezza, lo scandaglio sottile e penetrante nello spazio del cuore di quest’«uomo di pena», la geografia dei passi e del deserto, di ungarettiana memoria, sono qui attraversati dalla certezza cristiana nella gioia dell’approdo:
Un lento richiamo è il tuo:
attesa che invoca la quiete,
sillabe di vento, e voce che annulla
per incanto perdute lontananze.
(Perdute lontananze)
In questa nuova navigazione spirituale Michele Urrasio lascia aperta la pagina al nome di Dio, a quell’«urlo» di cui parla, che è sì macerazione, sofferenza ma che si tramuta in gioia spirituale: il «silenzio» nel poeta si fa, in sostanza, voce, parola, canto.
Ascolta, Tu che mi parli
dalle rive del cuore.

Ho attraversato valli e monti
e sentieri inseguendo l’eco
della tua voce per decifrare
le sillabe del tuo silenzio.
Solo un lento sentore di foglie
ho raccolto nello sguardo,
il richiamo remoto
di un invito fatto di promesse.
(Tu che mi parli)
A questa pronuncia di fede, confessata da uno spirito laico, raramente volto all’invocazione o alla preghiera, bisogna fare sempre riferimento in questo cospicuo gruppo di liriche, per avvertire la particolare tensione del poeta. Egli cerca l’Assoluto e l’Eterno nella profondità della sua anima, ma anche, beninteso, nelle umili cose del mondo, della natura (le foglie, ad es., o le pietre), che sono manifestazione del miracolo della creazione divina:
Sillabe arcane, la tua
voce che colgo nel petto:
e so che il pensiero mio
che nel tuo si eclissa
per un oscuro segno
di pietà diventa eterno.
(Sillabe arcane)
Tutto ci parla di Dio in queste poesie, del suo «stupore», del suo immenso amore per l’uomo; in effetti e giusto quanto afferma ancora Monsignor Zerrillo quando scrive che «il silenzio e la voce di Dio si inanellano nei suoni e nei colori del mondo creato, mentre [il poeta si fa] ascolto ed eco, contemplando e pregando». E lo «stupore» del poeta, questa volta, equivale alla riscoperta dei valori autentici della vita e della consapevolezza della inanità (servi inutiles sumus), di cui l’uomo dovrebbe essere costantemente cosciente: da qui il bisogno di luce e di speranza che accompagna il faticoso itinerario dell’uomo.
È proprio da questo assunto che scaturisce l’approdo ad una nuova dimensione lirica di Urrasio, tutta laica e terrena, è vero, ma profondamente alimentata e rallegrata dalla certezza dei doni di Dio e dalla fiducia nella meta da raggiungere (faciem tuam Domine requiram).
Il nucleo lirico di questa raccolta urrasiana io credo vada individuato proprio in quell’imminenza di «attesa», in quella sottile presenza che non si è ancora pienamente rivelata e che è come sospesa, ancora non chiaramente esplicitata, ma che ha già, dentro, una biblica dolcezza di avvento:
Ma Tu – ostinata ossessione
nel vano del cuore – riemergi
grondante di vita dal fuoco
che cede al tramonto
e la notte è lama di luce
nell’attesa del tempo senza tempo.
(Tempo senza tempo)
Ciò che balza dai versi di Tempo senza tempo è, come nei sofferti Frammenti di Clemente Rebora, il senso vivido dell’esistenziale, dell’intero sperimentabile quotidiano nelle sue allusioni, nei suoi sottintesi e rimandi; la duplice faccia dell’essere e quindi il suo contraccolpo nel modo interno d’essere del poeta, nelle alterne vicende del suo sentimento esistenziale. Attrazione, stupore, ebbrezza delle cose più belle, senso di gratitudine per il prodigio dell’essere nelle sue molteplici manifestazioni: la fraternità umana, la natura, la bellezza, l’amore, i pressanti e ineludibili interrogativi sul senso della vita, del mondo, della morte, il tutto suffragato dalla fede in un atto creatore, all’origine di tutto; infine, un senso panico di comunione con l’essere cosmico, con le cose ed un vibrare con esse in una armonia interna.
Insomma, intuizione del Divino, del fremito di un Dio, di un segno divino dell’essere: qualcosa di profondamente misterioso, che trascende in divenire il fenomenologico, il caduco e che resta eterno. E la responsabilità di fronte al destino eterno dell’io richiama spesso il poeta all’esistenziale, all’interiore, al senso etico del ricordo, al significato di ciò che è transeunte. In questa dimensione anche il dettato lirico è scarnificato e ricondotto al centro della nuova ispirazione poetica urrasiana, dove non pare si avvertano rigurgiti di amaro e rimpianto di ciò che non fu o sollecitazione di ciò che avvenne.
Quest’ultimo messaggio poetico di Urrasio mi pare scaturisca dal maceramento per l’assenza-presenza dell’Eterno; in realtà, la fede e la poesia si saldano in lui in una duplice funzione: credere nella parola divina ed evocarla nel discorso poetico. Ciò non significa sradicare il dettato divino dalla sua naturale ipotesi trascendente, bensì situarne le strutture di base, operativamente, sulla terra, perché il canto spiegato «assuma ruolo, funzione, significato di presenza attiva, di filtrazione nel reticolo della fede stessa, fino a farne milizia terrena, in grado di assumere il traslato suadente del canto» (Cfr. W. Mauro, C. Rebora, Una poesia scomoda, in «Il Tempo», 6 aprile 1994).

L’ELEGIA DELLE OMBRE, 2006

FRANCESCO D’EPISCOPO
Nota a L’elegia delle ombre
(Appolloni Editori, Roma, 2006)

Fotografia dell’anima

Un fotografo e un poeta si incontrano felicemente. Ma a pensarci bene: che cos’è la poesia se non una fotografia dell’anima? Cavalli e Urrasio si parlano cuore a cuore e tocca al poeta, intelligente e sensibile, indovinare e sciogliere nel ritmo delle sue alate parole il senso e il mistero, racchiusi in una fotografia non banale né usuale, ma fortemente simbolica, ricca di rimandi ad una realtà “altra” rispetto a quella abituale e scontata del vivere e sopravvivere quotidiano.
Il poeta, dunque, illustra, interpreta il messaggio segreto del fotografo, accompagnando il lettore nella decifrazione di un universo, in cui gli oggetti, le persone, i paesaggi, acquistano una dimensione realisticamente surreale, nella sequenza di solitudini o di presenze affollate, che propongono sempre una sorta di concentrata quinta cinematografica. L’obiettivo, in tal senso, isola e accorpa prospettive assolute del vivere.
E la poesia? Asseconda avidamente questa assolutezza, dilatando l’obiettivo per cogliere le rifrazioni, intime, intense, che la macchina da presa ha il compito di fermare. Ne risultano dittici significanti di estrema suggestione intuitiva ed esplicativa. Il poeta, tuttavia, non opera alcuna violenza sul testo fotografico, suggerendo, com’è giusto che sia, più che spiegando, una prospettiva, che tocca poi al lettore ulteriormente approfondire e dilatare.
La bambola, priva di occhi, uno dei quali è fermo a breve distanza, lo troverà in un’anima, finalmente libera dall’ansia del tempo e protesa a diradare la nebbia dei giorni «nel dolce delirio dei sogni», in un gioco allitterativo finale di denso effetto poetico.
L’uomo in attesa, accompagnato dall’ombra del cane fedele, attraverso le persiane di un muro, che «scoprono… un riflesso di cielo», è, anch’egli, posseduto da un «cenno / di speranza sepolto nel sentore / di occhi protesi all’orizzonte».
Uomini sparsi sulla battigia, con il fondo di montagne incorniciate nell’orizzonte, «misurano con la loro ombra / i segni della più remota fragilità» ed esilità.
Il tratturo, che affonda «nelle rughe della terra», scandisce il segno e il regno del grano e dell’ulivo, simboli, nell’assoluta assenza umana, «di stenti pesanti e di sudore».
Le suore, raccolte e racchiuse nell’antica architettura dei loro copricapo di stoffa, all’orizzonte «dell’esile striscia di cielo», si schiudono «al conforto»,… «alla speranza» e il loro «sorriso di luce… disvela per intero l’enigma della vita».
E, infine, la Puglia, terra comune di anime sospese in attesa, nel gioco di luci e ombre «nell’intonaco sbrecciato» di una casa a piano terra, annunciata dal movimento di una tenda, propone, anch’essa, nello sguardo fisso dell’uomo che spazza davanti, «sogni e speranze / dalla polvere del tempo».
Fino a una mitica seicento, centrata lungo una strada indefinita, con sullo sfondo una collina, simbolo di un passato felice, che la fotografia restituisce alla sua realtà e al suo mito.
Insomma, un catalogo di emozioni e seduzioni, che il fotografo e il poeta affidano all’incanto e alla meraviglia di uno spettatore, disposto a vedere le parole, e di un ascoltatore, attento a godere fino in fondo la forza e la fragilità di una visione, che nasce dal di dentro e si spera sempre possa lì protrarre i suoi riflessi più incantati e incantatori.
Un sottile gioco di metafore e similitudini anima e attraversa questo incontro di due artisti, che riescono nell’ardua impresa di dimostrare ancora una volta come l’arte sia l’unica dimensione deputata a sconfiggere lo spessore dell’opaco, che avvolge l’umana esistenza, alla ricerca di un’armonia e di una bellezza, soprattutto interiore, che possano aiutare a sentirla e capirla nella luce e nell’ombra di una visione, che si fa parola; di una poesia, che stravede dentro ed oltre l’obiettivo.

’A ’DDORE U PANE, 2007

GIUSEPPE DE MATTEIS
Prefazione di’A ’ddore u pane,
(Catapano Editore, 2007)

Il poeta, si sa, rappresenta la “memoria” del proprio tempo e il “tempo” è il paradigma dell’esperienza vissuta, dentro e fuori della memoria. Nello scrigno della “memoria” c’è tutta la vita vissuta da un essere umano, con le sue gioie e i suoi dolori, con le sue fatiche e i suoi ozi, illusioni e delusioni, conquiste e sconfitte. Ci sono le idee, i ricordi di persone e cose vive o morte; vi è fissata la storia, la geografia dell’ambiente d’elezione, la cultura, la propria identità morale e religiosa. C’è essenzialmente tutto il presente, capace di proiettarsi nel passato e dominarlo con le proprie facoltà intellettive e razionali, ricomporlo nei suoi risvolti affettivi, culturali e sociali.
Michele Urrasio, consapevole di tutto ciò, ci ripropone, attraverso la poesia, un confronto epocale, una visione romantica del mito dell’infanzia. Gli eventi, i ricordi, le immagini del passato e la propria condizione attuale sono guardati con l’occhio di una saggezza disposta ad assecondare il ritmo degli accadimenti con l’indulgenza bonaria del pater familias che vive una quiete interiore in sintonia con un mondo senza affanni e senza problemi. Il poeta si accosta alla storia del suo mondo d’elezione, la Daunia e, in particolar modo, la sua Alberona, ridente cittadina del Subappennino dauno, famosa per la salubrità della sua aria e per la purezza della sua acqua, la rivisita, la passa in rassegna, percepisce la tragicità del “panta rei”, del tempo che scorre, dei giorni che passano impietosi, travolgendo e corrompendo uomini e cose. Ma se il tempo stende i suoi passi di piombo sulla nostra esistenza, la memoria riapre e ravviva le pagine del passato, ripropone l’estasi gioiosa di rivivere la magica avventura della fanciullezza. Ora, questa poesia dialettale di Urrasio fa parte dei ricordi, belli, imperituri, scolpiti nella pietra della memoria. Poesia e fanciullezza; ma anche amore per il prossimo, semplicità di vita e di costumi.
Analizzando questa nuova esperienza poetica urrasiana, vedremo che un dato emerge in maniera inconfutabile: essa è sempre in rapporto diretto con l’esperienza umana e culturale del poeta pugliese. Egli cammina sempre con i piedi per terra, con gli occhi, il cuore e la mente rivolti alla realtà fenomenica, al vissuto, all’accaduto, a tutto quanto si manifesta nella sfera della vita quotidiana.
La raccolta ’A ’ddóre ’u pane, con titolo, dediche e ritocchi già in buona parte indicati e definiti, era quasi pronta per essere data alle stampe quando il caro amico Michele Urrasio me ne parlò almeno dieci o quindici anni fa, non ricordo comunque con esattezza. A frenarne l’impulso a pubblicarla è stato l’esercizio e la lunga frequentazione con la poesia in lingua italiana, giunta ormai alla dodicesima silloge, con un corredo di giudizi critici di livello nazionale. Ad avvicinare il poeta alla musa dialettale è stato sicuramente il profondo amore per la nostra poesia, quella di Alberona in particolare, patria di antichi e limpidi canti popolari ma anche sede di un folto gruppo di poeti dialettali del Novecento (da Giacomo Strizzi a Michele Caruso, da Vincenzo d’Alterio a numerosi altri: indico solo quelli più conosciuti ed amati in Capitanata), apprezzati sia da Eugenio Montale che da Pier Paolo Pasolini per la loro spontaneità e profondità di accenti; ma ciò che maggiormente si imponeva vari anni addietro (ma anche oggi io credo succeda) all’attenzione del pubblico e della critica erano le rappresentazioni del paesaggio e quindi dell’ambiente, con il conseguente imprescindibile bagno nei bozzetti di sapido gusto paesano e, insomma, nelle risoluzioni satiriche nelle quali anche Urrasio ha trovato felicissimi mezzi di evasioni dalle pressure, spesso amare e ingrate, dell’acceso sentimento.
L’Autore di questi splendidi quadretti di vita paesana dimostra d’essere anche un ottimo dicitore delle sue composizioni poetiche, e scrivendole gli sarà venuto spontaneo sottolineare, già in funzione quasi di una misura recitativa, pause, indugi, sospensioni di fiato intese a preparare un effetto particolare. E anche questo suo labor limae sarà ugualmente giovevole per il lettore che potrà fare dei testi una più succosa lettura. E io credo che con questo sobrio ventaglio di poesie dialettali alberonesi Michele Urrasio rimarrà una spiccata personalità del parnaso dialettale italiano, soprattutto come autore fedele al proprio ambiente, ricalcato con aderenza e con trascrizione minuziosa e calligrafica del più schietto linguaggio vernacolo. Ma non si pensi che il merito dell’Artista possa ridursi solo alla forma linguistica da lui prescelta, perché amata ed assecondata fino in fondo.
La poesia di Urrasio, sia quella in lingua che quella dialettale, è pervasa da un senso religioso che coglie chi è disposto ad accettare l’umile condizione di vivere le giornate consuete in un paesino di montagna, dove l’uomo, pur nella cerchia della minuta società che lo circonda, giorno dopo giorno esercita la virtù del proprio morale impegno. E, a dirla con i grandi poeti dialettali contemporanei, «il mondo dialettale è il mondo del quotidiano, è l’aspetto comune delle cose comuni» (Biagio Marin); in effetti Urrasio si è preoccupato, in questi ventiquattro suoi quadretti di vita familiare e domestica, solo di raccontare la teoria dei giorni che si snodano nell’ambito di un orizzonte, le cui dimensioni giungono a dilatarsi solo se vi penetra la magia delle trasfigurazioni fantastiche.
La tristezza della solitudine affiora nella poesia intitolata Da ddrét’ê lastre in tutto il suo spessore. La mano che saluta ogni ombra che passa cerca un attimo di conforto, un momento di sosta al silenzio che l’avvolge: un peso enorme ora che persino l’eco delle persone care si è dissolta nel nulla. Non rimane che la speranza di eludere la lunga attesa con il pensiero di un gesto affettuoso, con la carezza di una voce amica.
Il calare della sera è il momento dello sconforto e della malinconia. Lo avverte soprattutto il poeta che vive di ricordi. Pur non sapendo quale sia il vero motivo della sua tristezza (N’ zacce ché jè – confessa), egli non si arrende perché gli è sufficiente l’indizio di una presenza, intravisto all’altezza delle stelle, per sentirsi confortato da una inaspettata consolazione.
Anche un gioco da ragazzi, come quello di sfidare la violenza del vento sollevando i lembi della giacca coma ’na véle, evoca nella mente del poeta la durezza del vivere e l’impossibilità di avere un dialogo franco e continuo con le persone amate. Lo cerca dappertutto, anche se ne porta i segni nel corpo e nella mente, ma l’urgenza di una parola è più forte di ogni ostacolo.
La musa dialettale di Urrasio non vuole intenzionalmente tradire la propria funzione originaria, che è quella di celebrare in forme incontaminate di primitiva freschezza l’ingenuo esprimersi di una gente, i cui caratteri distintivi permangono pur nel lento fluire degli anni.
La sera (A sére), quando la nostalgia si rivela più prepotente, il poeta ritorna con il pensiero nei luoghi dell’infanzia e cerca di rivivere le cose che lo hanno segnato: il calore della casa, gli oggetti di rame alle pareti, l’odore del pane diventato prezioso nelle ristrettezze dell’ultimo conflitto mondiale. Un simbolo, quest’ultimo, di sopravvivenza e di speranza.
La pietraia (’A murrécene) è sinonimo di momenti di gioia, ma anche di lavoro e di sudore. È sinonimo ed espressione anche di abbandono dovuto all’evoluzione dei tempi e allo sviluppo delle tecniche lavorative. Diventa, essa, specchio vivente del destino umano che è spesso triste e denso di solitudine, desiderosa di una carezza che possa lenire in parte il suo male.
È il dialetto, insomma, che resta vincolato alle fonti incontaminate dell’umano avvertire. Da ciò si può allora comprendere come il poeta rimane a lungo psicologicamente fanciullo e perciò candido e talvolta entusiastico contemplatore della vita paesana, in cui tutte le vicende conservano l’impronta verginale che poi il segno dei tempi tende a cancellare negli anni avvenire.
Perdere la compagna di vita non è solo uno strappo al proprio equilibrio e la privazione di una presenza. È piuttosto la mancanza di un colloquio, in cui si riassume il senso intero della propria esistenza. Non ci si rassegna facilmente e, per non soffrire i morsi della disperazione, si continua a confidare persino all’ombra (’A ’mbréje), stampata sul muro – personificazione della donna amata –, le proprie ansie, i propri angosciosi segreti.
Da ’uaglione è un rapido bilancio della propria avventura umana. Il calore della giovinezza leggera e spensierata si esaurisce nel freddo che rimarca le età: la spensieratezza cede il passo alle incertezze e alle ambasce che rendono sempre più grigi i nostri giorni. Si accusa il freddo: freddo anche nell’anima.
La delusione che spesso ci vince quando torniamo nei luoghi amati è rappresentata da ’A chiazzètte. In questa piccola piazza, cambiata è ogni cosa: le voci, i luoghi, le porte serrate non danno alcun conforto e rendono amare le memorie custodite con gelosa intimità. Uomini e cose accusano lo stupore dell’abbandono: lo spazio si è fatto esiguo persino ad ospitare i sogni, la fontana racconta le delusioni patite, mentre l’olmo si stringe alla sua povertà e, come il poeta, aspetta il sole per riprendere a vivere.
Tutto è cambiato. Soltanto la luna, fedele compagna delle notti inquiete, saluta da dietro la Torre il ritorno del poeta, dòppe tant’anne, alla casa paterna. Senza esitazione alcuna, suoni, cadenze e voci tornano a riempire l’aria, e il poeta può finalmente dare un attimo di respiro al suo viaggio esistenziale: il gradino di ferro accoglie il suo animo rappacificato.
L’idioma vernacolo di Urrasio si articola, conformemente al sentire popolare, di efficaci forme proverbiali e di aforismi; e l’instabilità del vento di marzo emerge da tutte quelle espressioni che lo rendono imprevedibile: un monello che bussa, fischia, canta e fa dispetti. All’improvviso si assopisce, ma, per farsi perdonare e sollecitare un sorriso, ritorna festoso per rinfrancare gli animi e la terra con i suoi improvvisi acquazzoni.
La precarietà del lavoro dei campi viene ricordata nei versi di ’A pantàseme tramite voci, esortazioni e rapidi cenni descrittivi. Drammatica la chiusa in cui la speranza di un lungo anno di attesa e di lavoro viene vanificata dall’apparizione improvvisa di una nuvola maligna pronta a distruggere ogni cosa. Ripararsi dalla violenza della frana non conforta minimamente la tristezza di assistere impotenti alla fine di un sogno, e si dispiega nella essenzialità di un dire che ignora i freddi abbellimenti stilistici e le complicazioni intellettuali.
La luna che passa sulla montagna attesta il panta rei di ogni vicenda. Il cane denuncia la sua solitudine disperata, e il poeta si avvede di avere perduto gran parte dei sogni e delle speranze nutriti con ostinata determinazione, tanto da interrogarsi: E ché ce rèste? La trottola delle illusioni, delle aspettative, delle albe luminose, si allontana sempre più dalla realtà, e al poeta, provato dagli eventi, non rimane che attaccarsi tenacemente al tenue filo di speranza che egli stringe ostinato nelle mani.
Ma nella vita di ogni uomo c’è sempre uno spiraglio, un varco, una finestra, che, carichi di mistero e avvolti nel velo dell’enigma, attendono di essere esplorati. Il poeta, pur sapendo di far crollare definitivamente le sue aspettative, vi si affaccia di nascosto (A mmecciune). Altro non vede che tetti, strade e uno specchio d’acqua, assorti nella loro immobilità, stupiti ma non disperati, certi che il graffio di un’ala o l’eco di un canto li restituirà a nuova vita, risvegliandoli dal torpore.
Ne rappresentano un esempio lampante i versi di Sott’o spórte, dove l’immagine materna riempie di dolcezza l’arrivo della buona stagione: la rondine che prepara il nido pregusta la tenerezza della madre che aspetta, seduta sotto l’arco, la complicità della luna per addormentare il suo bambino. È il volto palese della missione sublime che le vede protagoniste: un’esigenza di calore e di compagnia. La stessa urgenza che avvertono gli uomini anziani raccolti nella piazza, liberi finalmente di ritrovare l’opportunità di riempire di memorie il peso della solitudine.
La rievocazione di una necessità che spingeva piccoli e grandi a raccogliere le spighe cadute nelle stoppie dopo la falciatura è descritta con efficacia nei distici di ’Nd’a restócce. Il caldo piegava la resistenza e accendeva i volti: circostanza propizia per dimostrare premura e affetto con il sopportare spartanamente il dolore dei graffi provocati dagli steli tagliati, pur di vedere un baleno di ristoro negli occhi delle persone amate.
Tutta la raccolta tratta principalmente temi che si ispirano ad Alberona, alla terra e all’ambiente in cui Urrasio è nato ed ha vissuto la sua infanzia ed adolescenza; e già si può affermare che i motivi, più che ripetersi stancamente, si attenuano e si addolciscono nella trasfigurante luce dei ricordi, che li distacca dalla precisa realtà municipale, collocandoli nella sfera di un suggestivo sopramondo.
Nella composizione I sciàmpele lo spirito dei canti popolari affiora, in tutta la sua genuina espressività, nella voce delle donne che sull’altalena confessavano i loro amori e le loro delusioni. La fanciulla, che canta per indispettire l’uomo che l’ha lasciata, ha nel tono velato delle note tutto il rammarico della fine triste di un sentimento. Rammarico colto anche dagli uccelli che indugiano tra l’erba per ascoltare il lamento d’amore.
Sotto il pretesto della paura dei bambini, A l’assacrése cela il triste aspetto di un momento storico particolare. Il periodo di guerra creava dubbi, incertezze e timori, e si aspettava con ansia che ritornasse la tranquillità dei giorni sereni. Solo quando arrivò l’atteso annuncio della fine delle ostilità belliche (nu lucése), le ombre e le nebbie si diradarono e, all’improvviso, rifiorì la certezza di un futuro migliore. Anche lo spettro della fame e della solitudine si sciolse alla luce della speranza.
La povertà non è sempre il male estremo, il morso della disperazione: a Tatóne basta avere un tetto e un pezzo di pane per piegare le esigenze del vivere. E persino l’indigenza diventa ricchezza se si ha il conforto degli affetti domestici, sostegno efficace a tal punto da distruggere e far dimenticare dolori e malanni.
Lo spunto in Urrasio scaturisce da un bonario risentimento per il progresso che tende a trasformare e a stravolgere soprattutto le radicate tradizioni del passato; nella consapevolezza che il trascorrere del tempo è inesorabile e che tutto trasforma lentamente, il cuore del poeta ripiega ai pungenti richiami delle antiche e sane forme di vita.
Il paese, personalizzato, si sveglia dopo il lungo letargo invernale. Doppe néve e fridde (dopo neve e freddo) apre gli occhi e, affacciato all’arco Calabrese (l’unico arco ligneo del XV secolo di Alberona), riprende a dialogare con la fiumara che scorre ai piedi della ripa. È uno sguardo di stupore e di compiacenza che spazia dalle montagne alle piazze, e indugia sul tappeto verde del grano dove i peri selvatici annunciano l’arrivo della buona stagione, ammantandosi di dense nuvole bianche.
Davvero imprevista, delicata e stupenda insieme è la fase dell’innamoramento: ci si impegna nei propri doveri, ma quando il nuovo sentimento bussa imperioso è inutile tentare di eluderlo. Un pensiero sottile, penetrante, rode, con l’insistenza di un tarlo, la mente, e l’impulso amoroso viene accolto e nutrito senza reticenze: è una luce che illuminerà il cammino verso la certezza di un futuro diverso.
La pagina si fa più intima, diaristica ed introspettiva quando si riaffaccia l’idea della morte e più acuta si fa la consapevolezza della propria umana imperfezione e del franare di tutte le cose.
Le previsioni meteorologiche avvertono lo stravolgimento delle stagioni, tanto da fare esclamare al poeta Quiste nne jè vérne (questo non è inverno): remoto è quel dolce ritmo che scandiva le scadenze annuali. Ne è una lampante dimostrazione la mancanza del freddo invernale che dà spazio ad una precoce, inattesa primavera. Il sole si attarda, come un cane addormentato, sui gradini, le piante fioriscono e il passero fa l’altalena sul ramo. Ma il grano ha sete, ha la bocca amara: la stessa amarezza che aveva il poeta quando, soffiando in trombe di cicuta, presagiva la precarietà del suo destino.
La stessa amara tristezza emerge dai versi di E mò chióve. Il vento si lamenta nella notte, mentre la nebbia scende dalla montagna per coprire occhi, alberi e strade. Una breve sosta; e incomincia a piovere. Nel paesaggio desolato non si avverte la presenza di anima viva. Soltanto la vecchia mamma, che ha visto il figlio allontanarsi per sempre, lo chiama con un cenno della mano: ha perduto con l’affetto più caro ogni interesse alla vita e ora il suo sguardo naviga sperduto nelle nebbie del mondo.
Non meno intensa, per sentimenti e immagini, è la rievocazione della tormenta di neve (’A fuleppine) che ha sepolto senza tregua ogni cosa. Deboli, ma puntuali, i tocchi della campana all’alba; di notevole effetto il ricamo del vento sulla neve; profonda e angosciante l’apprensione della donna che, alimentando la lampada votiva, spera di propiziare il rientro del figlio sorpreso dalla bufera.
Si percepisce allora il dissidio interiore e il verso talvolta avverte un senso di sottile malinconia, la cui origine non si conosce, né si sa donde precisamente arrivi. Ma il poeta dimostra che sa apprezzare il valore del silenzio e dei taciti colloqui dello spirito. Qua e là, intanto, riaffiora la vena fluida e certe situazioni riescono a tradursi in sapide ed argute scenette, ricche di colore e di grazia.
Una figura emblematica resta per Alberona la sagoma singolare di Razeiùcce. Orazio non soffre avversità umane, né difficoltà atmosferiche, egli vive intensamente la sua esistenza, favorito da una beata incoscienza che lo rende libero e spensierato. Non conosce remore: ogni casa è la sua casa, ogni mensa lo accetta come gradito ospite, ogni stagione ha il suo fascino, ogni giorno accoglie il suo grido di meraviglia. Felice della sua povertà, viaggia nel regno dei sogni con infantile stupore: la canna, unico suo avere, l’accompagna, fedele, nelle sue peregrinazioni quotidiane.
Giuseppe De Matteis
’A ’ddore u pane, Prefazione, Lucera, Catapano Editore, 2007

NOTA CRITICA di Donato Valli
’A ’ddore u pane

Queste poesie sono uno scrigno nel quale sono racchiusi un cielo terso di memorie e la leggerezza consolante dell’acqua purificata dal sole dell’estate in un triangolo d’ombra che concilia i ricordi con il presente della vita. Il dialetto ha, così, riscattato il suo rapporto con la poesia senza rinunciare alla sua natura domestica e popolare, ma impreziosendola con l’armonia e la dolcezza che sono proprie della poesia senza aggettivi. Sua caratteristica è la spazialità; suo fine l’innalzamento dell’umile esistenza dei suoni all’altezza della liricità pura. Gli oggetti si animano d’una lingua che non è solo voce, ma eco dei palpiti remoti del cuore.
C’è uno slancio di unanimismo che accomuna uomini e paesaggi; una volta abbattuta la quotidiana realtà della comunicazione utilitaristica, altro non rimane che la penombra d’una struggente malinconia della quale fanno parte oggetti e personaggi, sublimi nella loro veste antica, testimoni d’una moralità che investe paesaggi e spirito. Tempo e spazio sorpassano la loro funzione di misura del reale e diventano simboli di un modello che è riflesso nell’assoluto; in tal modo la poesia dialettale di Urrasio non è soltanto la sabiana scorciatoia verso l’infinito, ma segna il limite in cui l’infinito, con tutte le sue vibrazioni, si coagula nell’oggetto, fasciando uomini e cose.

Donato Valli

IL VENTO E LA QUIETE, 2007

FRANCESCO D’EPISCOPO
Prefazione a Il vento e la quiete
(Catapano Editore, 2007)

L’abbraccio dei rami

Diceva Vinicius de Moraes che la vita è l’arte dell’incontro. In tal senso, essa si protende, inedita, imprevista, come una pagina bianca, in attesa di essere scritta. Questo è il suo fascino, il suo mistero, che nessuna ansia o cura deve turbare, nel rispetto di un’armonia, di cui talvolta sembrano sfuggirci le scansioni. Ma la vita è un copione già scritto, di cui noi ci sforziamo nel miglior modo di interpretare la parte che ci viene assegnata.
Michele Urrasio, poeta dauno, immerso profondamente nella storia della sua terra e della sua gente, con questo poemetto, dedicato a Monsignore Francesco Zerrillo, ha voluto cantare l’innesto di una vita, la sua, in un’altra e poi in tante altre, per confermare la forza impareggiabile delle radici ma anche la loro capacità, se ben alimentate, di farsi alberi con rami che si abbracciano per farsi forza e resistere alle intemperie del tempo e della storia.
Il vento è la metafora dell’inquietudine, che attraversa il mondo e che ha nutrito la vita del poeta, orfano di padre troppo presto; la quiete è l’attesa, la speranza, il sogno, che si avvera, quando il giusto incontro crea il nuovo innesto, la linfa vitale, capace di dare senso e valore a un sempre nuovo cammino.
Profondamente cristiana è questa visione, che si fa profezia per sé e per gli altri grazie alla forza di una poesia, che Urrasio pratica con sempre maggiore maturità, difendendo però tenacemente l’esperienza dal mestiere. Bisogna continuare a coltivare strenuamente l’innocenza per potersi sentire autenticamente maturi e provati alle stagioni dell’esistenza.
L’orizzonte, che il poeta poteva solo intravedere dalla finestra troppo alta della sua stanzetta, ora si spalanca e lascia immaginare un infinito, da inventare grazie alle molte vite che la vita ti offre di incrociare.
Un inno, allora, all’amore, all’amicizia, che risuona da quelle bianche terre di Puglia, dove il cielo si innalza immenso, maestoso e dove tutto si protende a raggiungerlo in un caldo respiro comune.

FRANCESCO ZERRILLO
Lettera per Il vento e la quiete
(Catapano Editore, Lucera, 2007)
Caro Michele,
lodo Dio per averti incontrato nella mia vita e per aver goduto della tua amicizia.
Hai voluto dedicare a me il poemetto Il vento e la quiete: uno scrigno che custodisce geloso la chiave di lettura della tua vita.
Gli eminenti accademici, i professori Francesco D’Episcopo e Giuseppe De Matteis, hanno bene utilizzato quella “chiave” preziosa e sono penetrati nel tuo spirito. Il tuo spirito, infatti, è lo spazio delle tue vicende, dall’infanzia all’età matura, dalle sofferenze alle gioie, dalle difficolta relazionali alla libertà di affermare e di donare la tua identità.
Il tuo viaggio interiore, la tua navigazione tra i flutti impetuosi, le tue molteplici esperienze riccamente umane, rivelano lo sviluppo e il progresso della tua persona. Finalmente te stesso: libero dalle paure, consapevole dei particolari carismi, lieto di vivere, desideroso di donarti.
Oggi tu gusti la gioiosa sensazione di aver percorso non invano una strada della quale non conoscevi la mappa. Oggi tu scopri che “Altri” camminava con te: per te scioglieva i nodi, semplificava gli enigmi, svelava il senso, indicava la meta. Il tuo misterioso accompagnatore diffondeva progressivamente nel tuo spirito la serenità, la pace e la gioia.
Mi pare di poterti quasi svelare, forte della spirituale confidenza che mi ti lega, che il segreto dell’accompagnamento provvidenziale va colto ancora nel titolo del tuo lavoro poetico: Il vento e la quiete. Pur rimanendo esatta l’interpretazione dei chiarissimi professori, nei confronti del “vento” e della “quiete”, come di due momenti del tuo cammino spirituale, mi permetto, alla luce della Fede, di indicarti nel “vento” lo Spirito di Dio.
Lo Spirito, vento di Dio, produce sia l’inquietitudine, sia la pace. ≪Il vento soffia dove vuole – afferma Gesù – e ne senti la voce, ma non sai di dove viene e dove va…≫. (Gv. 3, 8)
Lo Spirito agita, sconvolge, moltiplica le prove, non risparmia il dolore. Lo Spirito di Dio ci tempra provandoci al fuoco, come avviene per l’argento e per l’oro. (v. 1 Pt. 1, 7)
Molti uomini che hanno raggiunto i vertici della scienza, dell’arte, della saggezza, della santità soprattutto, sono passati attraverso prove assai dure: hanno subito privazioni, contraddizioni e lotte di ogni genere.
Lo Spirito, come ricorda anche Manzoni nell’inno sacro “La Pentecoste”, agita e sconvolge per poi dare pace. È come il travaglio del parto, perché nasca un uomo nuovo, ricco di esperienza e di saggezza, capace, come lo scriba del Regno, di estrarre dal suo tesoro cose antiche e cose nuove… (Mt. 13, 52)
Lo Spirito che è vento di agitazione e di tempesta addirittura, e anche datore di doni, germinatore di frutti dolci per il cuore dell’uomo. La tua quiete, conquista della tua esperienza e della tua crescita umana, è anche e soprattutto dono di Dio, frutto dello Spirito Santo, così come la definisce S. Paolo. (Gal. 5, 22)
Caro Michele, quel Dio che senti tanto vicino nell’armonia della tua famiglia, nella sintonia dei tuoi moltiplicati amici, nelle appaganti vibrazioni della tua poesia, non è mai stato assente dalla tua vita. Proprio quando temevi il buio delle notti e avvertivi lo sgomento della finestra alta e del vuoto che ti riservava, Egli era lì e ti allenava al cammino e alla fatica, ti educava alla fiducia e al coraggio.
Tra quelle prime inquietitudini della vita, Dio già seminava nel tuo campo per la dolcezza dei frutti che un giorno avresti raccolto; Dio tracciava un filo rosso che avrebbe segnato la tua strada; Dio collegava gli eventi e dava un senso a tutte le vicende.
Mio caro amico, nella quiete dell’alba della terza età che avanza anche per te, tu risenti le voci, tu rivedi i guizzi luminosi, tu scopri che anche il dolore era amico, che anche la difficoltà era una opportunità, che le lotte disponevano alla pienezza della vita.
Dio ha deposto nel solco dei tuoi giorni le sue promesse: mai le ha ritirate, sempre è rimasto fedele, via via te le ha svelate quasi orizzonti senza confini. Egli ti è venuto incontro come Padre nella tua orfanezza; Egli ha spiegato ali alla tua timidezza; Egli ti ha aperto un futuro. È per questo che, pur nelle difficolta oggettive e soggettive, mai è mancato «un punto di luce» (I) e dopo ogni notte il tuo occhio si è aperto ad «albe sottratte al grido del silenzio». (I)
La “terra ignota” verso la quale ti protendevi con difficolta, è diventata «…epifania del nuovo approdo». (II) Il tuo cammino ha avuto il sapore e il colore del “riscatto”, cioè di una liberazione e di una conquista: Tu, con Dio, liberavi e conquistavi la tua anima fino a renderla capace di “perdono”. (III)
Il tuo cammino non era tanto la conquista di uno spazio esterno, quanto piuttosto l’affermazione progressiva della tua personalità. Questo cammino ti fortificava nel coraggio, sicché hai potuto dire:
Ho scalato con fatica
la cima della tua torre…
E con le vele lacerate
ho ripreso il viaggio
solitario su onde di silenzio. (III)
Il tuo cammino di uomo si è svolto, sicuramente lungo le strade, ma si è inoltrato soprattutto nel tempo che è una dimensione più interiore:
Nel guscio del mio tempo
ho raccolto spazi infiniti… (IV)
Lo spazio infinito del rapporto parentale e amicale, capace di accompagnare
lungo i tratturi impervi
dove tra sentore di rugiada
e vagito di erba appena nata
strisciò silenzioso il tuo richiamo. (IV)
La voce divina è lieve e potente insieme; è mormorata anche dall’erba bassa; essa raggiunge il cuore e lo fa ebbro di gioia sovrumana:
Dalle profondità più remote
risuonò nel petto la tua
voce: eco infinita rincorsa
nella fragilità del pioppo
che si dispoglia, nell’estrema
goccia d’acqua offerta
alla fiumara dei sogni. (V)
Questa voce udita ed echeggiata, riempie l’intimo dell’uomo credente, non gli fa temere
Il tonfo dell’ultimo granello
nella clessidra vuota
perché accende
…palpiti di luce
nel fondo buio dell’alba. (V)
Con questa Fede ritrovata e gioita, ti è veramente possibile affermare evangelicamente
E fu privilegio di vita
la lama del dolore
che ci scava il petto. (VI)
Non solo: nella luce di questa Fede diventi capace della più ardua sintesi, segno di saggezza e di pace interiore, perché stringi
…il fremito delle radici
che sognano l’abbraccio dei rami. (VI)
Così il tuo mondo interiore si è maturato: lo spazio e il tempo diventano per te categorie aperte alla gioia della vita e non la ristrettezza e l’angustia suggerite da ogni delimitazione. Questo dice la settima stanza del tuo poemetto:
Un palpito, un soffio inatteso.
E il mondo si è ricoperto
di rive infinite: non limiti
di campi, non orizzonti
di cieli curvi al tramonto.
Oltre il peso del tempo…
Così la tua poesia celebra la tua libertà, la tua fierezza e la tua felicità. In qualche modo la tua poesia si fa rendimento di grazie a Dio, si fa Eucaristia, perché
…il pane strappato all’avarizia
dei monti illumina gli altari
del cuore… (VIII)
In altri termini, il ricordo delle pene e dei travagli si fa preghiera di offerta a Dio, in comunione con Cristo che, sempre mosso nella sua umanità dallo Spirito Santo, ci amò e offrì se stesso per noi in sacrificio di soave odore. (v. Ef. 5, 2)
Proprio nella comunione con Cristo la tua vita trova il senso più alto, mentre si dissolvono le antiche paure e si chiariscono i tristi “non senso”. Anzi, tutto si precisa, tutto appare guidato da Dio stesso e
Non hanno più peso
le coincidenze perdute,
i segreti affollati di solitudine… (IX)
Trionfa la speranza che è certezza donata dall’alto. E tu potrai dire a te stesso:
Avrai vita…
E vivo e sogno e spero
di stringere tra le mani
il Tuo brivido di luce. (X)
Caro Michele, la tua navigazione procede ancora. La bussola però è là a indicarti la direzione. La tua stella polare non temerà gli oscuramenti delle nuvole passeggere.
Grazie per la speranza che proclami per tutti! Tanti si sentiranno rincuorati dalla tua luce.
Tuo,
† Francesco Zerrillo
Vescovo di Lucera-Troia

GIUSEPPE DE MATTEIS
Il vento e la quiete, Postfazione,
(Catapano Editore, Lucera, 2007)

La voce alta e severa della poesia autentica

Il vento e la quiete sono i due elementi che caratterizzano e sintetizzano l’itinerario poetico di Michele Urrasio. Il vento rappresenta l’instabilità, l’inquietudine, le difficoltà dell’infanzia orfana di padre e i percorsi malagevoli per realizzarsi come uomo e come poeta. La quiete, la distensione (di condizione e di spirito) raggiunta, con non poca fatica e amari cedimenti, soprattutto attraverso gli affetti familiari e la scrittura.
Questa, in sintesi, la chiave di volta per comprendere il pensiero e il messaggio lirico di Michele Urrasio sia dal punto di vista esistenziale che religioso. In questo poemetto risuona la voce alta e severa della poesia autentica, in cui le ragioni private dell’individuo coincidono senza residui con quelle universali ed eterne dell’umanità. Frutto di intimo travaglio, questa plaquette ci mostra i caratteri fondamentali di appassionato impegno umano e di ricerca stilistica e ci rivela, dopo decenni di ben sperimentato e maturo esercizio poetico, un animo squisitamente sentimentale, vibrante di delicata sensibilità umana e religiosa.
Ma proviamo ora a leggere ed esplicitare passo passo il pensiero di Michele Urrasio.

I
Ora – confessa il poeta – il vento sembra attutire la sua violenza e anche i sogni, intravisti e nutriti dalla finestra della mia stanzetta aperta sui tetti, dove era difficile affacciarmi perché alta, hanno assunto un volto possibile. E il tramonto, temuto come la fine di un’avventura e come la discesa del freddo nell’anima, non volge del tutto verso quell’oscurità che negava spazio e tempo alla speranza. Pur se un miraggio lontano, la quiete ha fremiti certi, che esortano a credere nella consolazione della vita.

II
Non è stato agevole raggiungere la visione di un porto, la conquista di una plaga lontana dai timori e dalla desolazione. Ma nel lungo, difficile cammino, ho sempre avuto il sentore dell’esistenza di un luogo dove trovare il conforto di un sorriso, il gesto teso a rivelare i sensi di una collaborazione e di un aiuto fraterni. Il dono, insomma, di una epifania a chi ha lottato per inventare un barlume tra le tenebre.

III
E proprio in quell’angolo sconosciuto, quasi impossibile ma costantemente agognato, ho ritrovato – aggiunge ancora Urrasio – me stesso nella disponibilità altrui, nell’altrui comprensione, ma anche nella mia insospettata capacità di perdonare. Salendo verso l’alto, ho conquistato “il bagliore dell’ultimo raggio”, ho stretto tra le dita quell’esile filo di speranza che illumina le nostre rese e sorregge le nostre cadute, e ho avuto così la forza di riprendere il cammino, anche se provato e ferito da una lunga, sofferta attesa.

IV
Io che non conoscevo altro che i miei labili confini, mi sono accorto, con grande meraviglia, di essere la somma di più esistenze: di raccogliere in me le sofferenze patite dal padre durante il periodo dell’ultima grande guerra; la speranza disperata della madre in attesa del prodigioso ritorno; la costanza di guardare oltre lo spazio riservato ai miei sogni e di cogliere indizi “sovrumani” nei momenti di sconforto e di abbandono.

V
E così, quando tutto incominciava a vacillare presagendo la disfatta, ecco l’evento tanto atteso. Non remota, ma nella realtà che ci circonda, nel respiro breve di ogni giorno, è affiorata la soluzione dell’enigma: l’albero che accetta il suo sacrificio autunnale, la goccia che tenta di mitigare la sete millenaria della fiumara, e l’estremo soffio di luce, tracciano un corso nuovo alla nostra vita: prospettive nuove, nuove responsabilità, nuovi traguardi.

VI
Una completa catarsi: il dolore, paventato a lungo, diventa privilegio, mezzo di riscatto, occasione per dare la consapevolezza di avere superato deserti, punti morti, lande desolate. E ci si rende conto di avere nutrito saggiamente la propria pianta, se i rami (i figli), devoti e riconoscenti, si tendono costantemente a ringraziare le radici (i genitori) per il dono indispensabile della linfa (affetto, comprensione, sostegno, amore), offerta generosamente senza risparmio alcuno, fino all’ultima goccia.

VII
Rinnovato da questa certezza, il mondo rivela orizzonti imprevedibili, vasti, infiniti, dove il silenzio racchiude eco di voci e di affetti, e il dolore è il sostegno e il conforto della casa vuota, racchiusa con dignità nella sua solitudine.
È bastato poco a sollevare “il peso del tempo”. È bastato un segno, un indizio, un solo respiro, offerti dall’Alto, a disperdere il timore di affrontare e vivere giorni senza speranza e a rendere pregevole ogni cosa.

VIII
Il poeta riconosce che dono prezioso è il pane “strappato all’avarizia dei monti”, tanto da elevare le nostre mense a esili altari domestici.
Non incute più timore la nuvola che si affacciava minacciosa nel cielo ad annullare le nostre fatiche: il sudore che velava lo sguardo, le notti insonni, i crinali scoscesi, le strade impervie che rallentarono il nostro passo, non sono che opportunità per rendere feconde e meritevoli le nostre prove.
Persino il pianto è un dolce mezzo di liberazione e di riscatto.

IX
Sono cadute nel nulla, rasserenate dalla saggezza del tempo, le occasioni perdute, le aspirazioni disattese, le vibrazioni soffocate. Quasi per incanto, il ramo – ferito e arido – ha trovato la forza di rifiorire, sanando le sue ferite e gonfiando a sorpresa le proprie gemme. Il braciere spento ora esala luce, calore e profumo di vita. Prodigi impareggiabili, insperati accadimenti, favoriti dalla ferma convinzione di non essere soli nello sforzo dell’ascesa verso mete sicure e durature.

X
La prospettiva di vivere una esistenza nuova – conclude il poeta – è sostenuta anche dalla volontà di credere, dalla certezza che ogni promessa sarà mantenuta per un ulteriore nobile destino. Ora si viaggia, alternativamente, tra secche e calme distese, tra tempeste e bonacce, scortati però dalla certezza di approdare là dove la solitudine non è che un ricordo, il tempo è luce, e le stagioni, un susseguirsi di stupori da stringere nelle nostre povere mani.
Il vento soffia ancora, è vero, minaccia di scompigliare i nostri equilibri, ma il suo furore, lungamente temuto, rende più desiderata e piacevole la quiete che ne segue: una sosta dolcemente tesa a cogliere, nel nostro intimo, il “fremito eterno”, il divino incantamento che ci esalta e ci possiede.

Giuseppe De Matteis

GIUDIZI (Risvolti di copertina)

Nella poesia di Urrasio troviamo la maturità piena della scrittura, per la subitanea accensione dell’immagine, lo scatto innovativo del lessico denso e tagliente, la risonanza così personale, così profonda delle emozioni e delle meditazioni.
Mario Petrucciani (1999)

La poesia di Urrasio è classica non solo per la chiarezza relazionale del dettato, ma pure per la sua base realistica. Capace di spaziare come un aquilone nelle plaghe del surreale e dell’onirico, questa poesia non si separa dal filo che la unisce alla mano che ha dato inizio al gioco, e mai rinnega la sta dimora terrestre […]
Urrasio apparirà poeta completo a chi saprà cogliere, nei suoi versi, accanto al registro lirico, quello epico e persino quello gnomico.
Renato Filippelli (2003)

Tempo senza tempo per me non è una novità: attendevo questo approdo perché era annunciato in tutta la tua poesia così attenta all’auscultazione del non visibile, al sussulto d’anima, al brivido dell’inatteso. È un approdo sereno, fiducioso: non la frenesia conquistatrice di Ulisse, ma la pietà fiduciosa di Enea. E non c’è neppure il lacerante travaglio di Rebora; caso mai quello di Betocchi più disarmato e popolare. Questo libro ha cancellato la storia, cioè il Tempo.
La tua è la poesia dell’Evangelo, non della Bibbia. Il tuo interlocutore è Cristo; il Cristo compagno, fatto uomo, che non condanna ma tutto comprende e a tutti dà forza e fiducia. Era nascosto nelle pieghe del tuo sogno. E tu l’hai resuscitato. Per te e per tutti noi.
Donato Valli (2005)

Ricevo proprio nel tempo pasquale le tue belle poesie di pensiero, di riflessione, di lata emozione del sacro.
La tua opera poetica, che è giunta al culmine della saggezza, mi conforta e mi aiuta a riprendere il piacere della parola. Il tuo discorso è sempre più puro e meditato fino alla lezione di suprema verità dell’essere e dell’esistere.
Giorgio Bárberi Squarotti (2005)

Urrasio ha sempre sentito il bisogno di affondare lo sguardo nel groviglio dell’esistenza e, là dove il montaliano “male di vivere” sembrava dominante, egli ha tentato almeno di procedere oltre il visibile e il conoscibile, annodando la precarietà provvisoria del presente alla speranza durevole di un “tempo senza tempo”, cioè dell’eterno. Con la sua ultima opera egli riesce finalmente a dare una risposta a questa speranza nei modi più convincenti.
Vittoriano Esposito (2005)

Poeta di lungo corso e di crescente fama per l’assidua ricerca di sé e dei perché più brucianti dell’esistente, Urrasio si fa leggere sempre con estremo interesse perché, nutrito di succhi classici e di istanze moderne, riesce sempre a trovare la cifra giusta e personale per esprimere non solo il proprio mondo interiore, ma anche il modo giusto di rapportarsi al mondo circostante.
Maria Marcone (2005)

Scrivere una raccolta articolata su di un unico tema non è facile, sentire la presenza del divino come la senti tu, stupisce e intriga. Il silenzio è certo un motivo costante eppure essenziale, perché proprio il silenzio rivela la tua religiosità e insieme la tua responsabilità di uomo.
Biagia Marniti (2005)

LE RADICI DEL SENTIMENTO, 2012

ANDREA BATTISTINI
Prefazione a Le radici del sentimento
(Bastogi, 2010)
Le voci assorte del silenzio

L’amore di Michele Urrasio per la natura è così profondo da arrivare talvolta a evocarla anche inconsciamente. Se si considera il titolo della sua ultima raccolta, dedicata alle Radici del sentimento, l’intento consapevole di questa intestazione è stato quello di volere discendere con la sua poesia alle origini, alle fondamenta, alle ragioni più profonde del suoi moti interiori, della percezione affettiva della realtà, di un universo tessuto di emozioni. Ma, istintivamente, nell’esprimere questa intima esigenza, ha fatto riferimento con una metafora al mondo vegetale, a quell’organo delle piante che le sorregge e le alimenta, assorbendo dal terreno le sostanze vitali. Un mito classico racconta di un gigante, Anteo, che traeva tutte le sue energie vitali dalla Terra, di cui era figlio, che gli infondeva nuova forza ogni volta che toccava il suolo. Urrasio, uomo mite e gentile, non si vale certo di questa vigoria per lottare contro Ercole o contro gli altri uomini, ma se ne giova per attingervi la sua ispirazione di poeta. Con la nativa Alberona, un borgo tra i più aprichi e incontaminati, ha instaurato una sorta di simbiosi, per cui attraverso la descrizione di quei luoghi ha potuto scrivere con questa raccolta di versi il racconto della sua stessa vita, che come il paese che lo ha visto nascere è fatta di cose semplici ma sincere, di abitudini fatte di gesti quotidiani e di pensieri limpidi come l’acqua delle fontane che cantano a ogni angolo delle contrade.
Nella sua evocazione, il «pugno di terra» che lo ha visto nascere si anima delle presenze a lui più care: la madre nel cui colore dei capelli è inciso «il volgere delle stagioni», il padre le cui mani sono «perdute tra memorie e dolori», la figlia che le circostanze della vita hanno condotto in una «terra dove ali immense di falchi / tessono vertigini di speranza», il figlio che, ugualmente lontano, ha lasciato «lo strazio delle mani vuote», l’ultima delle sue nipotine, il cui luminoso sorriso rappresenta una promessa di vita e di futuro. In questa saga familiare che disegna l’alternarsi delle generazioni Urrasio trasfonde tutto il suo amore, culminante, se si potesse mai stilare una graduatoria, nel «prodigio» della presenza coniugale. La moglie è sempre ricordata con parole che connotano delicatezza, levita, presenza esile ma indispensabile. I lunghi anni passati con la sua compagna di vita sono come «piume di neve / sospese nel tempo»; con lei «il tempo / viaggia su creste di marea»; la sua immagine, incancellabile, reca «nell’arcano / del buio la luce del sorriso». Se Umberto Saba ha potuto identificare la moglie con la «bianca pollastra», con la «gravida giovenca», con la «lunga cagna, / che sempre tanta / dolcezza ha negli occhi», con la «pavida coniglia», con la «rondine / che torna a primavera», con la «provvida formica», Urrasio vede nella sua sposa, che ammira sempre con stupefazione degna degli stilnovisti, la «fragile gazzella», e anche se non si riferisce direttamente a lei, nelle liriche a lei dedicate volteggiano «lucciole di vento≫ e «libellule dal fuoco breve».
Non si deve però pensare a una fuga nel mondo dell’idillio e dei bamboleggiamenti romantici. La natura, è vero, si rivela con il «fruscio dell’ultima / foglia che stride tra le dita», con «la fragilità / delle ali aperte al volo», con le «vele di vento», con «l’esile / ramo di ulivo». Nondimeno l’aspetto mansueto delle cose, la docilità delle sue manifestazioni non ottunde nell’animo di Urrasio la fatica del vivere, l’incombere oscuro del dolore, «il fiato angoscioso della vita». Per difendersi dall’insidia di questi perturbanti marosi, il poeta si abbarbica al suo «unico scoglio», quello della sua consorte, un termine, questo, che soprattutto nel suo caso deve essere risemantizzato recuperandone il pieno significato etimologico, proprio nel senso che, in quanto con-sorte, è l’essere con cui ha sempre condiviso la stessa sorte, in quella buona come in quella cattiva, come recita la liturgia ecclesiale. O anche, continuando con gli etimi, la moglie è davvero sua “coniuge”, nel senso che vivono insieme sotto lo stesso iugum, il giogo dei sentimenti condivisi che li fa procedere unanimi nella stessa direzione, a consumare in accordo «i passi teneri», in una «tacita intesa che fuga le ombre / del disinganno».
Nel rappresentare la moglie quale «scoglio» che infonde sicurezza e fiducia, Urrasio sembra volere compendiare la sua visione del mondo, la sua “filosofia”. Non a caso questa stessa immagine dello scoglio è spesso richiamata dal pensiero stoico, frequente nei suoi primi esponenti della cultura classica, da Epitteto a Marco Aurelio, per designare la fermezza con cui l’uomo saggio deve affrontare le ardue procelle dell’esistere o, per ripetere Urrasio, il «furore delle tempeste». Ora però quell’antica concezione della vita, rimodulata entro una cornice cristiana, perde l’impassibilità orgogliosa e superba dell’apatia. La sua poesia si pone agli antipodi dell’indifferenza, della cerebrale inerzia, delle disquisizioni astratte, per affondare nella realtà delle cose e viverle intensamente. Urrasio non si ritrae dal mondo, ma vi si immerge e ne partecipa attraverso una poesia che parla sommessamente, ma con grande intensità. La sofferenza, le pene, i lutti non sono cancellati dal suo orizzonte, ma accettati di buon grado, trovando una loro compensazione nelle piccole gioie quotidiane e nella contemplazione della natura.
Il suo è una specie di cantico francescano delle creature che rende la poesia un microcosmo in grado di accogliere tutti gli elementi costitutivi del creato. Nei suoi versi si effonde il «fuoco estivo» del sole, che di sera diventa «rassegnato», c’è la dura terra dei «dorsi riarsi», ci sono «le acque» che «tracciano […] le pietre / millenarie≫, c’è l’«aria» in cui «vibra […] il visibile». Viene così a instaurarsi un’ideale solidarietà tra l’uomo e la natura, descritta in termini antropomorfi, come se, umanizzandosi, partecipasse della sua vita. I rami degli ulivi diventano «braccia», le foglie della magnolia diventano «mani», le pietre hanno un «volto» e conoscono il «risveglio», la luce emette un «vagito», il vento si sente «fremere» e possiede, suggerito dall’allitterazione, un «vago volto». Il vento è molto caro ai poeti, perché è la voce con cui la natura ci parla. «Il vento / odo stormir tra queste piante», scrive Leopardi nell’Infinito, e ancora, nelle Ricordanze, «viene il vento recando il suon dell’ora / dalla torre del borgo». Montale addirittura fa esordire gli Ossi di seppia con «il vento ch’entra nel pomario» e «vi rimena l’ondata della vita», e poco più in là fa udire «il vento che stasera suona attento […] gli strumenti dei fitti alberi».
Urrasio tuttavia non ha bisogno di rifarsi agli altri poeti: vivendo ad Alberona, non meno ventosa dell’Urbino di Pascoli, nella cui cornice è ambientata la poesia dell’Aquilone, sperimenta di persona
il «mormorio / del vento» dove sconfina il sogno, o ne ascolta il «brusio» e gli «echi di foglie» che sono «raccolti nell’epifania / di voci a lungo sommerse». E a conferire un tocco di ulteriore realismo i suoi versi ricordano le «braccia meccaniche» delle pale eoliche che svettano sul dorso dei monti dove, con un verbo che sottintende ecologicamente la violenza dell’atto, «graffiano l’aria al vento / della sera». Per questa insistenza tematica, la presente raccolta si ricongiunge senza soluzione di continuità all’altra plaquette intitolata Il vento e la quiete, dove si conciliava dialetticamente il moto e la stasi, l’immobilità di un «tempo senza tempo» – titolo di un altro florilegio poetico – che governa i cicli naturali e il fluire degli eventi umani. Il vento, con il suo dinamismo, è segno del tempo che nella circolarità delle stagioni scorre sempre uguale ma che sull’uomo incide il suo volgere incessante nel «colore dei capelli», nelle «rughe dei volti / che scandiscono / le età cadute nel vento», nell’«intonaco sbrecciato».
Sul ritmo rotondo e implacabile delle stagioni che cadenza l’eterno ritorno della natura, nella curva temporale che dall’inverno dal «capo canuto» si flette nel primaverile «battere del primo volo», indugia sul «fuoco estivo» del solleone e dischiude il nuovo rincasare dell’autunno, si dipana la linea retta del tempo umano, un’avventura sempre variata, unica, irripetibile, evocata «lungo tratturi di memoria». Urrasio lo paragona alla cenere che si sedimenta in un ricordo sotto cui però «palpita ancora il fuoco / delle età perdute». Il tempo consuma le cose e gli uomini, e come una frana, con la labilità di un «palpito». In una frase lapidaria, «il vagito è pianto», si compendia l’intera parabola della vita umana, dalla nascita alla morte, non più lunga di un attimo, fatto di niente. Eppure il ricordo e la poesia che lo esprime ne prolungano indefinitamente la durata, ne fanno rivivere gli istanti, creando un’ostinata tensione tra la fuga del tempo e la sua fissazione nella memoria.
Risiede forse in questo attrito esistenziale la spiegazione dei tanti accostamenti di parole che esprimono sensi abitualmente contrapposti. Questa figura di stile, che gli esperti chiamano ossimoro, costella la poesia di Urrasio, evidentemente proteso nel fare convivere le contraddizioni immanenti all’esistere, che consiste nel «tacere fragoroso della vita». Anche l’assenza, anche il silenzio hanno una loro voce; la perdita dei propri cari non impedisce una loro presenza. Si possono intrecciare «dialoghi muti», perché il silenzio «mormora», fa comunque sentire la sua «voce inquieta». La poesia di Urrasio è assorta, sommessa, è veramente una «perla» «tra valve / di silenzio», dove gli uomini, attoniti e stupiti, parlano «a mezza voce», tra «quinte di silenzio». Non diversamente, per Montale, «il silenzio ci chiude nel suo lembo». In questo spazio tutto e ovattato, in penombra. È come se Urrasio avesse messo la sordina alle cose, per potervi rinvenire le minime risonanze di echi lontani e trasfondervi i suoi delicati sentimenti. «Ho popolato di nomi il silenzio», recita un verso di Ungaretti, e il nostro poeta di Alberona fa altrettanto, sensibile a ogni vibrazione, a ogni più flebile risonanza, su cui fare risuonare le personali intermittenze del cuore. «Negli echi del pozzo riarso», scrive a sua volta, «inventavamo voci e nomi / nei lampi oscuri della sera».
Quando Urrasio raccoglie «con la lanterna del dolore» i «resti / dell’estrema follia del mondo», l’insano furore degli uomini gli giunge più fievole, temperato dalla personale compassione. Traspare in questo atteggiamento una pietas che vena di elegia i suoi versi, capaci di ricordare quelli di altri poeti campestri, dediti alla quiete della natura e nel contempo al senso della fragilità umana, tra Virgilio e Pascoli. Soprattutto con l’autore di Myricae, cantore delle umili tamerici, Urrasio condivide talune forme poetiche che non derivano da consapevoli riprese, ma da una sensibilità molto simile. La tendenza che nelle Radici del sentimento induce ad attutire le voci e i rumori smorzandone l’intensità per dilatarne le impressioni da loro suscitate si avverte esemplarmente nella sinfonia delle campane che nella loro trascrizione poetica non emettono i suoni argentini che ci aspetteremmo, ma un semplice «ronzio», annunziante «nuove resurrezioni». Ebbene in una delle prime myricae, “Alba festiva”, Pascoli si chiede: «che hanno le campane, / che squillano vicine, che ronzano lontane?». E ancora, in un piccolo madrigale che raffigura una Festa lontana, echeggiano i suoni attenuati che suscitano suggestioni molto simili a quelle destate dai componimenti di Urrasio:

Un piccolo infinito scampanio
ne ronza e vibra, come d’una festa
assai lontana, dietro un vel d’oblio.

Là, quando ondando vanno le campane,
scoprono i vecchi per la via la testa
bianca, e lo sguardo al suol fisso rimane.

Ma tondi gli occhi sgranano i bimbetti,
cui trema intorno il loro ciel sereno.
Strillano al crepitar de’ mortaretti.
Mamma li stringe all’odorato seno.

Anche in Urrasio gli oggetti del vivere domestico trasfigurano la loro immediata concretezza per diventare qualcosa di più indefinito, aprendo un varco al mistero e all’invisibile. A livello stilistico,
prima ancora delle cose si descrivono le percezioni cromatiche che esse suscitano, riassunte nelle loro macchie di colore, con effetti di suggestioni impressionistiche rese linguisticamente con aggettivi sostantivati. Ciò che colpisce la vista di un balcone non sono semplicemente le piante, ma i grumi vividi che esse formano: «Ha sentore di fremiti remoti / il rosso del geranio affacciato»; dei rilievi che si stagliano all’orizzonte, a colpire è ancora una volta la loro peculiarità cromatica, che nei versi «tornerà il verde sul profilo / dei monti che segnano il confine / della tua casa» assurge a sintomo e a simbolo di speranza. Pure in questo caso la tecnica è la stessa di Pascoli, che ora scorge «tra il nero un casolare», ora discerne un cielo senza stelle «sopra il nero di monti e di foreste», ora immagina che i cavalli dormano «sognando / il bianco della strada», oppure, con una leggera variante, la scena solitaria di chi non ha dinanzi a sé «che il bianco / della silenziosa strada»
L’effetto è quello di una dissolvenza che, interiorizzando i fenomeni naturali, sfocia nell’invisibile, nell’immaginario, nel trascendente. La poesia di Urrasio, così tangibile e radicata nella geografia della sua Alberona, del Gargano, degli altri luoghi da lui visitati, così affollata di presenze familiari, per il suo muoversi tra lo stormire degli ulivi e i campi colmi di spighe, tra cielo e mare, tra il chiarore della luna e il fulgore del sole, tra «la durezza del sasso» e la feconda generosità delle vigne, anela passionatamente ad altro, non si accontenta del conforto offerto da queste bellezze naturali, ma aspira ad andare oltre i miserevoli «inganni della vita». Nell’avvolgere i contorni netti e definiti della realtà di un alone indistinto, proietta la sua poesia in una dimensione metafisica, alla ricerca trepida e palpitante di ciò che ancora umanamente ci sfugge. Sarà per questo, per la capacità di suggerire sensazioni da tutti condivise – quantunque esprimibili soltanto dai pochi che sono poeti –, che la poesia di Michele Urrasio trova nei suoi lettori tanta adesione e tanto consenso.

GIORGIO BÁRBERI SQUAROTTI
Nota critica a Le radici del sentimento
(Bastogi, 2010)

Il messaggio poetico di Urrasio

Michele Urrasio è un poeta lirico, raffinato ed elegantissimo, musicale e luminoso, che con attenta emozione convoca i paesaggi del suo mondo pugliese per animarli con la “divina malinconia” delle sue riflessioni di memoria, di esperienze, di vita e di affanni, di perdita appenata che l’intensità della parola poetica riesce a conservare. Vento, ulivi, luna, mare, rondini, cieli, monti, tempeste, albe, notti, sassi, tanti altri “oggetti” del tempo e dei luoghi diventano, allora, visioni e sogni che la parola poetica evoca, per poi rilevarne la fragilità, la precarietà nella riflessione dell’anima: ma e tuttavia vero che quel mondo poetico cosi diventa eterne lezioni, sapienze supreme dell’anima, doni preziosissimi di bellezza.
Per questo un termine ritorna continuamente nella poesia di Urrasio, ed è “voce”. È la voce delle cose, della natura, delle persone amate o anche soltanto incontrate, che lotta tenacemente con il silenzio del tempo che trascorre e che sembra perdersi irrimediabilmente, se non fosse per la parola che la ode, la raccoglie, la custodisce. Per questo accade che Urrasio, anche quando affronta i temi famigliari, come la memoria del padre (bellissimo, su tutti, è il testo che si intitola Senza voce), il discorso poetico si sollevi immediatamente fino all’exemplum: e allora il ricordo e la rievocazione degli affetti si trasfigurano subito in suprema saggezza che il lettore ascolta e fa sua, e il proprio affanno diviene conforto e pace del cuore.
È vero che la poesia di Urrasio è attraversata da un alacre fervore di ricerca metaforica. È il carattere tipico della lirica, che il poeta incide moltiplicandolo, perché così il messaggio appaia più chiaro, si approfondisca, diventi indimenticabile, al tempo stesso arricchendolo di più alte grazie. Cito qualche esempio: «queste piume di neve / sospese nel tempo» (In questa stanza); ≪disperdere nel fondale / dei tuoi occhi / il sentire delle mie bufere» (Improvviso lo scatto); «vivo / nel respiro dei tuoi occhi» (Standoti accanto); «ascolta il vento farsi / schegge di luce ed onda» (Ogni sponda è lontana); «mantello di silenzio» (Senza voce); «tempo esploso sul mio capo / in frantumi di memorie e di rimpianti» (Le rare salite); «graffi del tempo» e «l’esile filo legato al tacere / delle parole sorvola / con ali indenni / la voce inquieta del silenzio» (Terra di falchi).
Le metafore spesso salgono fino all’ossimoro: è la contraddizione feconda e preziosa delle parole che così meglio rivelano l’essenza delle cose e delle esperienze, e ne mostrano le varietà, i molti punti di vista, la mutevolezza intrinseca, nel momento stesso in cui la parola diventa poesia, la voce messaggio. Parallelo a tale tensione metaforica c’è l’intervento, a volta a volta, dell’endecasillabo, a rendere il discorso più efficacemente rilevato nell’armonia che il verso perfetto crea. E così mirabilmente si concreta il messaggio poetico di Urrasio.

GIUSEPPE DE MATTEIS
Postfazione a Le radici del sentimento
(Bastogi, 2010)

Il segno preciso della poesia

È presente in quest’ultima silloge poetica di Michele Urrasio, Le radici del sentimento, il segno preciso della poesia; è costantemente presente, inoltre, l’immedesimazione in un’atmosfera armoniosa dell’artista, che ama immergersi nel concerto della natura e, in senso lato, nel cosmo o, meglio, nel mistero dell’universo e il poeta, in effetti, pare ritrovi la sua verità solo quando è immerso nell’immensità del cosmo.
Urrasio riesce a superare il dramma della sofferenza proprio nel divino Uno dell’universo, ove le creature, anche se perdute, sono sempre essenzialmente presenti ovunque e possono ritrovare razionalmente l’armonia veramente serena e, dunque, l’armonia anche del canto, poiché essa è eterna. Il messaggio di Urrasio è essenzialmente nella consapevolezza critica della precarietà umana ad ogni livello esistenziale: l’uomo si scopre sempre più dominato dalla fralezza e precarietà del vivere, da un senso di estraneità e non solo nelle cose che circondano l’Autore, ma nell’interno stesso del suo cuore.
Nelle presenti condizioni della poesia crediamo che questa plaquette possa collocarsi in un rapporto quasi di mediazione tra la ricerca del nuovo e i risultati delle esperienze più sottili del Novecento, nello spirito di una più temperata stagione post-ermetica e questo sta a significare la brevità ed essenzialità del suo linguaggio ma anche la sua aderenza ad una forma estremamente logica e meditativa e, dunque, filosofica.
Il registro poetico di Michele Urrasio si è sensibilmente ampliato rispetto alle sue precedenti raccolte, per farsi più attento ai problemi dell’uomo d’oggi, esprimendone l’angoscia in strutture sociali che imprigionano e alienano la solitudine, il bisogno di colloquio, l’ansia degli ampi spazi della Puglia “piana”, che si dissolvono intorno, partecipandoci la sua gioia di vivere. I vari temi che l’Autore ha trattato già da tempo si alleggeriscono nella trasparenza del discorso poetico, sostanziato di pura e penetrante ratio, in cui la parola, piuttosto che farsi sofferto scavo, sembra levarsi disarmata nella sua naturalezza colloquiale, nel proposito di tradursi in immagine, essa stessa di possibile innocenza contro gli elementi laceranti e i tortuosi intrighi delle passioni. In questa disposizione interiore e di linguaggio, quasi sempre presente nelle raccolte poetiche precedenti di Urrasio, i momenti densi poeticamente ci sembrano quelli in cui l’Autore attraversa, sul filo affettuoso della memoria, zone di calda intimità o si affaccia alle consolanti immagini della sua terra. Nello specchio del suo paese natio Urrasio trova, dunque, la sua umanità, la sua reale misura di pena, di immedesimazione nella realtà dell’universo, la sua voce più pura e più vera, tanto che la natura gli si rivela con il «fremere del vento/ che spinge ostinato/ i nostri passi» (p. 30), con «il lento giro di luce sulle foglie/ stremate» (p. 33), con l’esortazione a nutrire «la certezza/ di affondare le mani nel cuore/ del tempo, e stringere il mondo» (p. 59).

FRANCESCO D’EPISCOPO
Risvolto di copertina, Le radici del sentimento
(Bastogi, Foggia, 2010)

Urrasio è una presenza direi costante, una testimonianza molto forte sul territorio. Studiandolo e leggendolo, bisogna dire che Michele Urrasio in genere vola alto, un po’ come quegli uccelli che volano nel cielo di Puglia e si innalzano e cercano la montagna, ma cercano anche il mare, cioè le dimensioni molto diverse di questa terra così particolare. E perché lo fa? Michele Urrasio, pur essendo profondamente radicato in questa realtà, sa che un poeta non può essere “locale” e basta, ma deve cercare di andare oltre la propria dimora, deve cercare in fondo di respirare il mondo, l’Italia, la poesia del Novecento. Ecco perché il poeta deve leggere, deve documentarsi, e non deve mai farlo perché è obbligatorio farlo.
Michele Urrasio è uno che segue l’onda della poesia nazionale novecentesca. È la sua, soprattutto in lingua, una poesia fatta in particolare di grandi temi esistenziali della cultura novecentesca; una poesia che risente sicuramente della grande esperienza ermetica, voglio dire della triade Ungaretti, Quasimodo, Montale. Urrasio attinge a queste fonti vive della nostra poesia ed è un poeta che nel corso del tempo ha acquistato sempre una maggiore consapevolezza, anche se bisogna dire che già nasce maturo. Capita ad alcuni poeti di trovarsi in questa condizione. Anche se andiamo a leggere le sue prime composizioni, ci rendiamo conto che la carica esistenziale al fondo della sua poesia mostra una forte attrazione nei confronti dei grandi temi che riguardano, ad esempio, il cattolicesimo, la dimensione cristiana del vivere. C’è sempre una grande fedeltà, da parte di Urrasio, nei confronti di questo mondo, un mondo che nella fede, secondo lui, potrà sicuramente trovare una salvezza alla propria inquietudine e alla propria inettitudine.
Questo è un elemento sicuramente importante. C’è quindi la voglia di andare oltre, verso una dimensione assolutamente, possiamo dire, alta, anche metafisica, della nostra poesia con una grande consapevolezza formale. Ascolteremo qualche sua poesia in lingua italiana e ci accorgeremo che i suoi passaggi sono sempre garantiti, ci sono cioè sempre quegli elementi che congiungono i suoi voli spaziali a una dimensione di grande consapevolezza critica e formale. Tutte le forme retoriche generalmente sono usate con abilità e maturità e alcune parole, alcune espressioni veramente si incidono quasi come un aforisma nell’anima e lasciano segni profondi in chi legge le sue parole.
Francesco D’Episcopo

(da: F. D’Episcopo, La Puglia nella poesia di Michele Urrasio, 2009)

SILLABE DI SILENZIO, 2013

ANDREA BATTISTINI
Prefazione a Sillabe di silenzio
(Catapano Editore, 2013)

Tra presenza e assenza

A conferire unità e compattezza a questa raccolta di poesie è il dialogo a distanza che si instaura tra il poeta e il padre. Il desiderio struggente di riannodare il filo spezzato dalla guerra e dalla partenza del genitore sollecita interrogativi, illusioni, sogni sorretti dalla speranza di potere ritrovare da questo incontro tardivo una guida, un conforto, un colloquio intimo e quotidiano da cui trarre consigli, esortazioni, forza di vivere. Con la profonda sensibilità che gli è propria, Michele Urrasio riscrive la situazione archetipica del nostos, del ritorno a casa, che è anche un ritrovare se stessi ovvero, per parafrasare il titolo della sua precedente opera poetica, «le radici del sentimento». Viene d’istinto andare, con il pensiero all’Odissea, all’approdo di Ulisse alla sua Itaca, ma in una situazione esistenziale capovolta. Nel poema omerico tutto è visto dalla prospettiva del reduce, dell’esule che tenacemente lotta con tutte le sue energie per ricongiungersi ai suoi cari. Nel poemetto odierno invece la voce del soldato è muta, stremata dal dolore, dalle fatiche, dalla lontananza che lo ha privato degli affetti familiari. A parlare non è lui, che è tornato troppo tardi, quando ormai lo attende «il regno del silenzio», ma il figlio, che si fa interprete delle lancinanti privazioni paterne nel momento stesso in cui esprime liricamente le proprie, acuite da un distacco irreversibile che si manifesta nel giorno stesso in cui sembrava essere colmato.
Con una delicata notazione psicologica il poeta rivive il momento del ritorno attraverso i suoi contrastanti stati d’animo, resi drammaticamente dai suoi versi. Mentre corre a perdifiato incontro al padre, la sua fervida immaginazione si aspetta di vedere un eroe, di ritrovare un combattente vigoroso e pieno di entusiasmo. Invece si trova di fronte un uomo deluso, lacero e stanco, quando già la vita lo sta abbandonando. Si ripete idealmente la situazione dell’Odissea: il giovane Telemaco, al cospetto di chi ha conquistato Troia, rimane forse frustrato nel vedere un vecchio la cui «bella pe le» si è fatta avvizzita «sulle agili membra», «i biondi capelli» spariti «dal capo», «cisposi […] gli occhi, prima bellissimi», vestito «d’un cencio», da destare «orrore» in chi lo «vede con quello» (Odissea, XIII, 398-401). In Omero però gli uomini vivono fianco a fianco con gli dei, capaci di prodigi e di subitanee metamorfosi. Ecco allora che Atena interviene e, sfiorando Ulisse con la sua verga fatata,

subito un manto ben pulito e una tunica
gli vestì indosso, gli diede giovinezza e prestanza;
d’un tratto fu bruna la pelle, le guance si stesero,
nera divenne intorno al mento la barba.
(Odissea, XVI, 173-176)

Il nostro però non è più il tempo delle chimere, i sogni non si avverano e il principio del piacere non ha il sopravvento sul principio di realtà. Per questo il poemetto di Urrasio non percorre il cammino squillante dell’epica, ma tocca leggero le corde dell’elegia, malinconica ma al tempo stesso virile. Dopo il cenno pudico alla scomparsa del padre, avvenuta quando il cielo sembra essersi stancato di enumerare le sue sofferenze, il terzo tempo di Nel visibile e oltre evoca il giorno in cui il padre viene riesumato per trovare una dimora più dignitosa e più vicina al poeta. Il tempo intercorso non ottunde il dolore, ma lo rende più sopportabile, l’esilio è temperato dalla coscienza della sua inevitabilità. Il canto del poeta non indulge al pianto e al patetico, non cerca consolazioni effimere, ma accetta con fermezza la pena del vivere, cercando di placare l’ansia con la rassegnazione all’ineluttabile e di condividere, da vivo, la sorte del padre, «sprofondato nella pace / che eterna il nostro esilio», nella consapevolezza dell’esistenza ineliminabile del male, affrontato tuttavia senza soccombere al peso dei rimpianti.
Il poemetto che apre la silloge funge da elemento generatore delle liriche che seguono, richiamate da altre raccolte con una sagace perizia architettonica e una coerenza di stile salvaguardata pur nei continui approfondimenti tematici. Solo ora configura nel titolo il tempo della riesumazione del padre, che realizza finalmente il ricongiungimento a sé, anche fisico e non più solo spirituale, del figlio. Il genitore adesso, oltre ad assomigliare al nostos di Ulisse, ricorda un’altra figura paterna dell’antichità, quella di Anchise portato in salvo da Enea, lontano dalle mura fumanti di Troia. Anche il poeta, con tenera pietà filiale, reca tra le sue braccia le reliquie del padre, e insieme con lui «gli affanni / sofferti su opposte rive». La più stretta vicinanza allevia gli antichi dolori, riscatta il tempo perduto, sollecita a riprendere il dialogo, ricucendo i lacerti di un’esistenza che può tornare a essere fondata sulla condivisione. Alle parole, a lungo rimaste senza interlocutore, sono di nuovo concesse luce e voce. Il colloquio, dapprima negato dall’esiguità del tempo in cui il padre è rimasto in vita, mentre il figlio, troppo piccolo, era assalito dall’«incertezza / che lacerava i suoi giorni», rimasti privi di risposte, può così ristabilirsi in una condizione postuma, quella che, con un titolo allocutivo, è descritta nella poesia Parlavi con il tuo silenzio, una formula che con la sua natura ossimorica bene rappresenta il dialogo muto, fatto di un tacere conversevole, tutto da decifrare per le indeterminazioni di parole che non ci sono, intessute con un «affannoso respiro» al quale il poeta cerca di dare un senso per trarre da esso una rinnovata ragione di vita.
L’«affanno» costituisce il Leitmotiv lessicale del libro, e pour cause, in quanto connota sia la pena assillante dovuta a un’assenza immedicabile, sia l’ansito, il respiro cortissimo che corrisponde all’attimo breve e fuggevole che è coinciso con il conforto della presenza paterna. E sono altrettanto affannose Le rare salite delle troppo poche occasioni fronteggiate insieme, in solidale comunione, sotto la rassicurante tutela paterna, esperita come «astro riflesso / nel cerchio» di un’ombra protettiva. Sono momenti di esile precarietà, rivissuti per giunta in contumacia, ma ugualmente fecondi, perché pur sempre capaci di infondere la forza d’animo necessaria per resistere all’assedio dei «rimpianti» e alla nostalgia dei ricordi. Urrasio si vale della poesia per indagare in se stesso, per fare chiarezza nei suoi stati d’animo, inevitabilmente fluttuanti, incerti tra l’angoscia e la speranza, le inquietudini e i momentanei sollievi, l’incombere del nulla e la ricerca di certezze. I confini tra gli opposti sentimenti sono così labili da essere continuamente attraversati. I trasalimenti dell’anima sottopongono la parola poetica a un’incessante esplorazione nei grovigli dell’esistenza, lasciando il proprio mondo interiore libero e aperto alle suggestioni della natura circostante. In questa osmosi, basta il profumo di una viola a «rompere la tristezza dell’inverno», come recita l’incipit di Solo il tuo ricordo. È un esordio che richiama la situazione genetica della poesia L’aquilone, dove in Pascoli il sentire «che sono intorno nate le viole» fa intervenire i gorghi della memoria involontaria, foriera di remoti ricordi, affondati nel tempo della fanciullezza. In Urrasio la viola diventa il correlativo oggettivo della fine dell’inverno, a sua volta corrispettivo di mestizia e apprensione. L’annunzio della primavera infonde una qualche serenità al suo cuore da tanto tempo afflitto dal dolore. Il tempo minaccia inesorabile di fare prevalere la vittoria dell’oblio, ma il poeta, abbarbicandosi con tenacia all’immagine paterna, ne mantiene viva la visione, coadiuvato dal ciclo delle stagioni che alternano morte e rinascite.
La natura accompagna con i suoi ritmi i palpiti e le intermittenze del cuore: il gelo di febbraio sottrae ai vivi il padre e mentre questi già indica «con mano incerta» l’ultimo approdo, il vento strappa alle sue labbra, avare di parole, un addio desolato. Nella curva temporale che dall’inverno si flette nel primaverile sentore di viole, l’indugio dell’estate, trascorsa nel paese d’origine, accanto alla prima sepoltura del padre, è, come tutto ciò che è umano, di durata troppo breve, cancellato dal nuovo rincasare dell’autunno, recato ancora dal vento che in Levato a dura prova sospinge avanti i passi della nuova stagione accompagnandola con «lo stanco cadere di foglie». È il segnale del distacco, della nuova separazione, nel momento in cui più viva è percepita la presenza paterna, richiamata perfino nella sua fisicità, consistente nel «battere della mano sulla spalla / rassegnata a grave peso», negli «occhi spenti» su cui si possono decifrare le sofferenze della guerra, il crepitare delle armi, lo sconforto della prigionia, i morsi della fame. Il figlio è deluso e di nuovo solo, ma raccoglie ugualmente il «fremito» che sale dalla terra, quello stesso fremito che al Foscolo dei Sepolcri destava una «corrispondenza d’amorosi sensi» e che oggi impegna a spingersi «oltre il visibile», a farlo proprio e ad affrontare il futuro «mano contro mano, / levato a dura prova».
Un altro fremito proviene direttamente dalla natura, ed è quello cantato in Senza voce, costituito dal vento primaverile che «torna a curvare / tralci e rami, strappa al sasso / lunghi lamenti». La natura si rianima e i fiori novelli nati accanto alla tomba del padre, alitati dal vento, sembrano al poeta, con immagine suggestiva, «brividi bianchi» che «sfiorano il terreno che si offre / tenero ai nuovi fermenti». Nel ricordo anche la cara immagine paterna riprende vita, seduta al suo deschetto, nell’atto familiare del lavoro, nel tentativo di riprendere le consuetudini troncate dalla traumatica chiamata alle armi. Ma una volta di più il ricongiungimento è di corta durata; incombe sulla scena, prossima all’idillio, lo sgomento del distacco, il peso dell’abbandono, ancora più amaro perché definitivo, preconizzato dal respiro affannoso. Il quadro muta di colpo, l’ascesa del viaggio esistenziale si fa più impervio, la pena più acerba, privata del sostegno paterno che, venendo meno, rende il passo più pesante, abbatte le illusioni, incurva le spalle. Giunto all’acme, lo sgomento sembra essere totale: a essere Senza voce non è solo il padre, che interrompe troppo presto il «breve viaggio», ma perfino la natura, visto che anche il vento tace naufragato nel lago amaro dei ricordi. «La mia vita leggera attende il vento di morte», ha scritto Montale.
Altrove però il creato si mostra più partecipe e il poeta lo vede solidarizzare. Quando il padre viene riesumato, il garofano selvatico spuntato ai suoi piedi abbassa mesto il capo perché il suo compito di vegliare il defunto è finito. E nella nuova dislocazione il genitore avrà dinanzi una nuova veduta, potendo volgersi oltre la chiostra dei monti, verso orizzonti più ampi. A questo punto Urrasio evoca gli interminati spazi, inseguendo il volo degli uccelli, registrando la voce dei venti che sferzano la pietra tombale. La sua vocazione di poeta compie il miracolo di porgere agli occhi dei lettori un paesaggio che si anima sotto l’impulso dell’immaginazione aprendo insondabili spiragli di profondità misteriose. I passi che calpestano le foglie dei boschi sembrano scandire «dolorose cadenze», i monti innevati, somatizzandosi, hanno un volto umano, il vortice del ricordo «turbina nell’aria», in un’empatia con le cose e gli oggetti che, nella loro tangibile concretezza, aderente alla realtà fenomenica e a tutto ciò che si manifesta nella quotidianità, evitano l’astrattismo intellettualistico, nonostante la persistente tensione verso l’invisibile e l’ineffabile, in cerca di epifanie improvvise. Come ha scritto Donato Valli, la peculiarità di Michele Urrasio è «la spazialità; suo fine l’innalzamento dell’umile esistenza dei suoni all’altezza della liricità pura. Gli oggetti si animano )d’una lingua che non è solo voce, ma eco dei palpiti remoti del cuore». Anche in questo epicedio dedicato al padre si ha la conferma della finezza di un poeta ricco di accensioni personali e profonde, affidate a una voce sommessa ma intensa.

NEL RISVOLTO DI COPERTINA:

Il mondo di Urrasio è un mondo affatto individuato nella trama della sua vita: sono poesie d’amore, spesso notevoli per vivezza di scorci e di immagini; sono poesie d’affetti perduti o ritrovati o senza speranza di ritorno, e tuttavia avvivate sempre da un battito di speranza, di redenzione; sono poesie familiari (assai notevole quella dedicata alla sua terra, Da madre giusta), dove campeggiano, anche sopra le brevi memorie d’infanzia, i ricordi di casa, dei genitori e dei congiunti (il poemetto Nel visibile e oltre, dedicato alla morte del padre, credo che sia tra le cose migliori, se non la migliore in senso assoluto). Il tutto collocato sopra il paesaggio di Puglia – più specificamente di Capitanata – disegnato ed amato nella sua ampia serenità e mestizia[…].
Urrasio, per ora, non esce dalla sua vita e fa bene ad abbandonarsi a se stesso, al suo sentire più sincero e vibrante. Se io dovessi azzardare una profezia, direi che egli non sarà mai poeta corale, epicizzante, di popolo, ma senza dubbio approfondirà ed estenderà, per ramificazioni sempre più armoniose ed intense, il suo mondo interiore. Urrasio è poeta in cui le sensazioni si traducono subito in organici e ben cadenzati giri di immagini: sentivamo pioverci / dentro al soffio dell’ultimo canto / il silenzio che cade nelle erbe; e, per la sua terra, Hai nel cuore il pianto millenario / delle madri, il banco dei muri / la stanca cantilena dell’uomo / che cerca sul dorso del mulo / il suo riposo. …nella rete della notte è caduta / la luna… e, ancora, pei paesi del sud: isole di pietre vive, muri / di calce corrosi da mali antichi / annidati nelle mani degli uomini / nel profilo delle donne / perdute nell’alba. L’esemplificazione potrebbe continuare, e temiamo di non aver scelto il meglio. Ma vogliamo dire che sono immagini e giri di versi tanto più degni d’attenzione, quanto meglio piegati ad esprimere quel senso attuoso della vita (vita o morte, rimpianto o sorriso, paesaggi di luci o di ombre) nel quale egli sta tutto in felice consonanza di ritmo col battito del suo animo e della sua giovinezza.
Mario Sansone (1977)

Silenzio (lemma tra i più ricorrenti), sabbie, estenuate lusinghe, binari morti, o simulacri pietrificati che sbarrano il passo, e sillabe indecifrabili in un aggrovigliato alfabeto. Una waste land, dunque, esposta “al poco giorno e al gran cerchio d’ombra”. È in questione – resiste appena un esile respiro – la radice stessa dell’esistere.
Questo “lamento del prigioniero”, mentre l’inesorabile consumarsi dell’estate precipita nelle trame dell’autunno, è scandito da Michele Urrasio in un ritmo sapientemente governato, insieme, da fermezza e inquietudine, con forte capacità di evocazione metaforica e simbolica. È proprio questa magistrale sicurezza della scrittura che fa intravedere , per la poesia di Urrasio, un nuovo approdo oltre la terra desolata: perché forse “non tutto si scioglierà nel nulla. Non tutto”.
Mario Petrucciani (1990)

Lungo rotte impossibile è la rinnovata e reinventata vicenda dell’ulissìde, il cui viaggio non è quello che si compie su mappe e rotte, diventate impossibili, ma quello che penetra nel cuore ed esplora la mente e cerca di definire conclusivamente il senso di quel viaggio che è, da sempre, metafora della vita, che naufraga “contro gli stipiti del nulla”, cioè contro i tanti scacchi delle speranze, delle attese, di ogni immaginato futuro, onde non resta che aspettare “al riparo degli anni” le primavere di una terra che pure è “irta di ombre e di veleni”. Nella nettezza precisa e ben scandita dei versi la poesia di Urrasio trova una sua assoluta verità fra sentenziosità e desolazione, entro la misura perfetta del poemetto. Nel riassorbimento di ogni lirismo nella lucidità del ripensamento e della ricapitolazione di idee e poesia sull’orlo della conclusione di un periodo storico e, al tempo stesso, di una concezione della letteratura, anzi, al di là di tale fine ormai accaduta ed evidente anche ai più ciechi, i poemetti di Urrasio possono essere assunti come punto di riferimento, collocato sul discrimine fra ciò che fu e ciò che ancora non è, per la situazione attuale della nostra poesia.
Giorgio Bárberi Squarotti (1992)

IL PRIVILEGIO DEL VIVERE 1965-2015
(Catapano Editore, 2015):

Testimonianze critiche:

G. Bárberi Squarotti, Andrea Battistini, Carlo Bo, Giuseppe De Matteis, Francesco D’Episcopo, Vittoriano Esposito, Renato Filippelli, Tommaso Fiore, Emerico Giachery, Maria Marcone, Biagia Marniti, Mario Petrucciani, Mario Sansone, Leonardo Sinisgalli, Pasquale Soccio, Donato Valli, Francesco Zerrillo.